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Qualcuno, alla Borsa di Mosca, ci sarà rimasto male. E forse anche al Cremlino. Sì, perché mentre l’Ucraina attende ancora il prestito da 50 miliardi concesso dal G7 e garantito dai profitti generati dagli asset russi detenuti in Europa, per la Russia arriva un’altra brutta notizia. La Corte di Giustizia europea ha infatti respinto la richiesta da parte russa, di scongelare i beni riconducibili agli oligarchi russi Gennady Timchenko, Mikhail Fridman, Pyotr Aven e German Khan, confermando il loro sostegno finanziario all’invasione dell’Ucraina. Ma non è tutto. Il National Settlement Depository of Russia, sorta di consorzio finanziario che fa parte del pool di azionisti della stessa Borsa russa, si è visto a sua volta respingere la richiesta di togliere i sigilli a 70 miliardi di dollari di sua proprietà. E sempre dalla medesima Corte (qui il documento).

Secondo i giudici, sia il Nsd, sia i citati imprenditori, sarebbero tra i primi finanziatori della guerra scatenata da Vladimir Putin contro Kyiv. “Il tribunale ritiene, anzitutto, che il Nsd sia un istituto finanziario di importanza sistemica, che svolgeva un ruolo essenziale nel funzionamento del sistema economico russo”, si legge in un passaggio. “Nsd fornisce servizi finanziari di notevole valore sia al governo russo, sia alla Banca centrale russa. Nsd dunque fornisce al governo (russo, ndr) un sostegno materiale o finanziario quantitativamente e qualitativamente significativo, consentendogli di operare finanziariamente risorse con l’obiettivo di perseguire le sue azioni volte a destabilizzare l’Ucraina”.

Quanto agli oligarchi, i tentativi di contestare le sanzioni, in tribunale non hanno avuto successo per la maggior parte degli uomini d’affari russi influenti. Gli oligarchi, tra cui Friedman, Aven e Khan, non sono riusciti a convincere le autorità europee di non essere coinvolti nel sostegno alla guerra della Russia in Ucraina. Hanno cercato di dimostrare che le loro attività non avevano nulla a che fare con le azioni del governo russo o con la guerra. Tuttavia, i giudici sottolineato che il sostegno finanziario di questi oligarchi, anche indirettamente, li rende complici dell’aggressione.

Tutto questo mentre, sul versante bancario, prosegue la crisi di liquidità delle banche russe. Al Cremlino, fino a pochi mesi fa, erano convinti che far poggiare l’intero sistema finanziario russo (banche, assicurazioni) sulla moneta cinese, fosse il modo migliore per sfuggire alle sanzioni occidentali. E, magari, anche per mettere al riparo il rublo da possibili svalutazioni (che, in realtà, ci sono state) e aiutare la Cina a inseguire quel sogno di detronizzazione del dollaro che altro non è che una chimera. Ora però sta succedendo qualcosa: le banche russe sono finite a corto di yuan.

A giugno, la moneta cinese rappresentava il 99,6% del mercato dei cambi russo, tanto che gli istituti commerciali avevano deciso di aumentare in modo esponenziale i prestiti in yuan. Ma tale corsa forsennata all’uso dello yuan ha finito con l’esaurire le scorte di moneta, facendo scattare l’allarme rosso. In altre parole, non avendo più la possibilità di finanziare l’economia russa in yuan, le banche dell’ex Urss hanno due possibilità: o tornare al caro vecchio rublo, oppure chiedere alla Banca centrale russa di intercedere con Pechino per una nuova iniezione di moneta cinese nel sistema russo.

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