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Il lobbying statunitense si traduce spesso nel più semplicistico degli slogan: “Tanti soldi spesi e ricevuti”. Soldi che vanno, passano di mano, per finanziare il lavoro dei lobbisti, lo studio dei ricercatori, e la politica. Ma di quanti di questi soldi si conosce esattamente la provenienza? Siamo sicuri di avere un’idea chiara della “catena di montaggio” del denaro legato al lobbying statunitense?

Soldi che vanno, per cominciare. Il primo quadrimestre del 2014 ha registrato la spesa per lobbying più bassa degli ultimi 4 anni. In totale 811 milioni di dollari spesi in attività di pressione a livello federale, 2 punti percentuali in meno in confronto al primo quadrimestre 2013, e addirittura -6% rispetto al primo quadrimestre del 2012. è esattamente da 4 anni, cioè dal primo quadrimestre 2010, quando si raggiunse la cifra record di 955,6 milioni di dollari, che la spesa ufficiale per il lobbying è in caduta libera.

Il calo, peraltro, è confermato anche osservando il dato aggregato su tre quadrimestri. Il record appartiene ancora al 2010: 3,5 miliardi di dollari spesi in lobbying federale. Da allora la cifra è andata diminuendo costantemente. Nel 2013 la spesa per il lobbying sul Congresso si è arrestata a 3,21 miliardi di dollari.

Altrove, invece, di soldi ne arrivano tanti, pure troppi. Parliamo della sfera politica naturalmente. Non dei finanziamenti registrati e resi conoscibili all’elettorato PRIMA delle elezioni, ma dei cd. “Dark Money”. Di cosa si tratta? Semplice. Dark Money (definizione coniata dalla Sunlight Foundation nel 2010) riguarda quella parte di finanziamenti che arrivano ai candidati alle elezioni ma che non sono “disclosed”, cioè resi pubblici, prima del voto. Non c’è nulla di illegale. Semplicemente i donors approfittano del fatto che i PACs (i comitati elettorali che raccolgono i fondi) hanno la facoltà di pubblicare mensilmente, oppure su base quadrimestrale, gli importi ricevuti. Per cui è sufficiente donare in prossimità della chiusura della campagna per avere la certezza che la donazione non sarà resa nota prima della pubblicazione del rapporto conclusivo del PAC.

Se pensate che si parli di pochi spiccioli siete fuori strada. Guardate come sono aumentati i Dark Moneys dal 2006 al 2012 (una progressione spaventosa: +300%): 

chart 1 - total spending by nondisclosing groups-thumb-620x260-12182

 

Progressione che – per inciso – non si è affatto arrestata, come dimostra il grafico con i dati aggiornati alla fine di aprile, in pratica l’altro ieri:

Chart 3 - cycle to date spending-thumb-620x272-12188

Il circuito Dark Money è così ramificato – e organizzato – che anche il tentativo di rappresentarlo graficamente (Qui sotto) risulta assai poco chiarificatore. Se non del fatto che è la rappresentazione di un sistema studiato a tavolino per aggirare le norme sulla trasparenza, consentendo ai gruppi di pressione di sostenere uno o più candidati senza il vincolo dell’opinione pubblica, se non a posteriori.

Chart 2 - Koch net-thumb-350x276-12185

 

Quindi, da una parte la spesa del lobbying è in diminuzione. Come è in diminuzione anche il numero dei lobbisti registrati (erano 14836 nel 2007, oggi sono 12341). Soldi che vanno via, appunto. Dall’altra parte di soldi ne arrivano sempre di più. Soldi tracciabili – destinati anch’essi ad aumentare dopo l’ultima sentenza della Corte Suprema – e soldi non tracciabili, dark moneys.

Nessuno pretende di creare un parallelo tra il primo e il secondo dato. Sarebbe troppo facile. Certamente i due fenomeni hanno spiegazioni diverse, e producono conseguenze non collegabili. Eppure, l’impressione che le strategie di lobbying stiano cambiando, spostando il baricentro cronologico del momento in cui spendere, è legittima. A detrimento dei professionisti del lobbying, avvezzi alle leggi, meno alla politica; e soprattutto a detrimento dei cittadini, che dovrebbero, almeno in teoria, essere avvezzi alla trasparenza.

Lobby: soldi che vanno, soldi che vengono

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