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Il cinema è mitopoiesi in movimento o “immagine-movimento”, come scriveva il grande Gilles Deleuze. “La Grande Bellezza” (da ora in poi: GB) è mitopoiesi pura, imperfetta e impastoiata in alcune scatole cinesi narrative, alcune di forzata meccanicità, ma trattasi sempre di Cinema e ancoraggio all’unica cosa che il cinema – artigianato narrativo, non settima arte – possa fare: promettere l’ulteriore che l’uomo cerca, da sempre. E infatti questo film, lento, troppo lungo e tutt’altro che parafelliniano, questo indica: la Promessa di un orizzonte altro, ulteriore, che Jep Gambardella, il protagonista, un sornione e monumentale Tony Servillo, incarna, senza declinare e rappresentare fino in fondo. Utopia, non Presenza: ecco la soglia di questo film.

La Roma della GB è il luogo della Promessa e per questo trasmette l’eros permanente e continuamente avvolgente della Bellezza, dei dettagli, delle fotografie, dei contorni; c’è tutta l’Italia universalmente eccentrica in questi contorni e l’universo mondo brama questa filigrana divina; l’Oscar lo si deve a questa Promessa, che il postmoderno, che si decompone nel suicidio della modernità, ormai considerata un caro estinto, continua a desiderare, senza intensità mistica, ma con quel respiro franto e affranto che non si rassegna alla fine. Il mondo non vuole morire di se stesso e i morti non devono seppellire i loro morti: la fine che fa la Chiesa in questo film la dice lunga sull’abisso che attende anche la religione senza intensità e senza quelle radici, testimoniate da quel monumento di devastazione che è la suora mezza santa del finale del film. Radici: se le hai, se le coltivi e le ami, fotografando roma, la tua città, come ha fatto Sorrentino (che, davanti alla platea degli Oscar è stato un reliquario di trite banalità e per giunta di sapore nichilistico: da Maradona ai Talking Heads: mio Dio!), allora quel mondialismo cosmopolita che produce personalità psichicamente borderline (come molti musulmani spiantati, ad esempio, e molti/e globetrotters che vivono come bonsai tra un aereo e l’altro) e gente furiosa contro tutto e tutti (ma chi? Tu non vieni da nessuna patria, no?) viene attaccato e messo alla prova.

Ecco perché gioisco per questo Oscar: alla fine, vince quella Promessa che afferra le mie radici di Italiano e le risolleva fino al punto estremo di una storia che pesa tre millenni e passa, alla faccia di quanti vogliono uomini e donne senza memoria, individui e di-vidui, non creature amate da un Padre amorevole che tutto orienta e tutto provvede per il loro bene.

La Promessa, nella parole finali di Jep Gambardella, ha questo sapore di Presenza immediata e insieme da scoprire: Qualcuno è qui, Roma esiste, un Luogo c’è, io dunque sono vivo.

E…”ad ogni giorno basta la sua pena”. Ora hai capito, caro Jep, che questo non vuol dire “carpe diem”. La nostra amata Patria merita di più. Appunto: la Grande Bellezza. La Grande Promessa.

Grande Bellezza, sbagliato: Grande Promessa

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