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In qualsiasi democrazia del mondo noto si considera centrista il politico o l’elettore che eviti con cura l’estremismo (sia di destra o di sinistra); rifugga dalla violenza (anche soltanto verbale); si mostri equilibrato nei giudizi; rispetti gli avversari come persone con diritto a pensarla liberamente come preferiscono; osservi comportamenti conseguenti a tali principi e procuri di proporsi, in qualunque condizione, come elemento propositivo, collaborativo, dialogante, mai distruttivo. In Italia sembra non sia così. Nelle nostre contrade i centristi si distinguono per un alto tasso di litigiosità; non accettano lealmente la loro condizione minoritaria quando sia accertata in sede di libere elezioni; si sentono superbamente il sale della politica ma, di fronte a realtà diverse da quelle immaginate, imprecano contro il destino cinico e baro, evocano complotti ai loro danni, minacciano sfracelli parlamentari pretendendo di essere l’ombelico del mondo.

Un tempo non era così. De Gasperi insegnò ai cattolici (che non erano stati, con Mussolini, campioni di resistenza e di opposizione aperta) che la democrazia è una esercitazione difficile; non è una qualità innata e soltanto propagandata; richiede pazienza e prudenza, intelligenza degli eventi, misura, riguardo per il proprio prossimo, tendenza a convergere piuttosto che a divergere se la posta è l’equilibrio pacifico di una comunità o di una istituzione.

Oggi abbiamo centristi occulti che, dinanzi a mille degenerazioni della politica politicante, si ritirano nell’astensionismo, quasi ad ammonire i centristi ufficiali e militanti che, se questi continuano ad evitare di proporsi per ciò che dovrebbero essere e, invece, non sono perché cedono alle tentazioni del potere e ad opportunismi eccessivi, inevitabilmente finiranno col perdere anche quel poco di consenso che riescono a ricevere senza meritarselo, per forza d’inerzia.

In concomitanza con l’intesa di via del Nazareno fra Renzi e Berlusconi, rivalutatisi l’un l’altro per l’ardire avuto a legittimarsi politicamente perché propositivi, si sono svolte kermesse della recuperata Democrazia cristiana di Gianni Fontana; dei popolari per l’Italia di Mauro con la sua porziuncola montiana; del Nuovo Centrodestra di Alfano, dalle quali ci si attendeva una orgogliosa rivendicazione ideale accompagnata non da lamentazioni ma da capacità positive ed equilibrate.

Invece, o si è registrato, nel caso della Dc, un riconoscimento di impreparazione a presentarsi nella prossima consultazione euroepa di maggio o, negli altri due casi, si sono elevate proteste e sberleffi verso il cosiddetto Renzusconi, un neologismo riduttivo e un tantino diffamatorio per un incontro importante in cui si è cercato di volare alto. Certe piccinerie rivelano scarsa considerazione per ciò che persone e gruppi immeritatamente rappresentano della coscienza moderata del paese. Nessuno vuole cacciare dall’Eden chi merita rappresentanza adeguata ai consensi che raccoglie.

I centristi non possono ridursi a meschinerie personalistiche dal momento che il loro diritto di tribuna è assicurato, se sanno coalizzarsi. Dovrebbero invece preoccuparsi di cercare di diventare primo o secondo o almeno terzo polo, posizione da ottenere però con merito, non per diritto divino. Come è capitato a Mario Monti, convinto che il solo suo nome fosse di per sé garanzia di primazia, anzi di egemonia culturale e parlamentare. Un po’ più di umiltà – forse – potrebbe anche supplire alle deficienze politiche (di piccole come di grandi forze) e procurare più voti, facendo decrescere l’astensionismo e riassegnando ai centristi una funzione di stimolo e di coscienza democratica. Analogo a quello che svolsero, nella Prima Repubblica, i repubblicani di Ugo La Malfa e i giovani della sinistra politica democristiana.

 

I centristi e i loro attuali limiti

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