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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Sabato scorso, a Milano, abbiamo assistito a tre grandi novità nel campo del centrodestra, emerse nel corso dell’iniziativa “FabLab: laboratorio di idee per il nuovo centrodestra”.

La prima: non succedeva da tanto – forse non era mai successo prima – che le principali fondazioni e associazioni politico-culturali del centrodestra si costituissero in un blocco unico per affermare pubblicamente l’esistenza e il valore delle proprie culture politiche.

La seconda: per la prima volta, la politica ha potuto attingere dai suoi centri culturali di riferimento idee e proposte per l’elaborazione della piattaforma programmatica del Nuovo Centrodestra.

Da queste due novità, già di per sé assai rilevanti, se ne deduce una terza: e cioè che il centrodestra politico e il centrodestra culturale sono tornati a confrontarsi, a mescolarsi e ad attingere l’un l’altro. Per troppo tempo hanno marciato separati, il primo capofila e il secondo in coda a rimorchio della politica. Un centrodestra culturale fatto di intellettuali ed esperti interpellati ma di rado decisivi nell’elaborazione delle politiche pubbliche, diversamente da quanto accade in altri contesti – gli Stati Uniti, per citare il caso più emblematico – dove i “tecnici” hanno un peso specifico determinante nelle scelte di governo, senza sostituirsi mai alla politica perché esiste un sistema virtuoso che riesce a valorizzarne il contributo mantenendo una separazione tra i rispettivi piani di azione.

Il cortocircuito che da noi, in Italia, ha portato ad un profondo squilibrio tra la politica e la tecnica nasce forse proprio dall’incapacità di fondo di queste due realtà di convivere e integrarsi senza confondere i ruoli. Ecco perché il dato innovativo della manifestazione che per un giorno ha tenuto insieme nella stessa sala intellettuali, esperti, politici e amministratori consiste proprio nel tentativo, da parte di questi due mondi, di comunicare, di confrontarsi, di “contaminarsi”.

Ciò ha un significato ancora più importante per il centrodestra.  Se c’è un elemento – tra i tanti – che lo ha penalizzato di più, soprattutto negli ultimi anni, è stato proprio l’incapacità di edificare fino in fondo la sua azione politica su un terreno culturale riconosciuto e condiviso. Persino il riferimento al liberalismo, costantemente presente sin dall’inizio, ha perso la sua carica originaria nel momento in cui la politica non ne ha saputo più interpretare il senso ed ha acconsentito che gli interessi contingenti prevalessero sulle scelte di fondo, marcando di fatto una distanza tra l’azione di governo e il riferimento ideale che avrebbe dovuto costituirne il fondamento.

La politica ha perso la bussola e con essa l’orientamento, mentre i centri di elaborazione politico-culturale – quelli veri, che producono attività scientifica e che in Italia sono un numero enormemente inferiore rispetto ai centri nominalmente esistenti – sono rimasti nel migliore dei casi inascoltati e nel peggiore piegati alle esigenze della politica. Quest’ultima ha pensato di poter fare a meno delle sue culture di riferimento e delle ricette politiche che esse possono offrirle. Intellettuali ed esperti, da parte loro, hanno reagito sviluppando un senso di superiorità, in parte giustificato dai fallimenti stessi della politica, che ha contributo ad allargare le distanze.

Oggi è necessario che la politica, per rinnovarsi, si riconcili innanzitutto con le proprie culture di riferimento. Anche perché queste culture, oltre ad essere fonte di idee e soluzioni utili alla politica, hanno un legame profondo con i territori, da cui originano e si sviluppano. Libertà e tradizione, le due facce del liberalismo conservatore, non sono costrutti astratti ma fondamenta culturali reali e concrete che hanno un radicamento nel nostro tessuto nazionale. Lo stesso vale, nello specifico, per i vari principi che animano le culture politiche e che consentono di indirizzare il governo e l’amministrazione dei territori. Cultura, territorio e condivisione sono, del resto, l’equivalente di testa, gambe e cuore di qualunque forza politica intenda essere in sintonia con i cittadini, a destra come a sinistra.

Speriamo che non resti solo l’esperimento di un giorno e che, al contrario, il grande FabLab, che in pochi giorni ha già messo a disposizione del Nuovo Centrodestra sei position paper sulle principali aree strategiche di intervento, sia istituzionalizzato come luogo di riferimento dove utilizzare la materia prima delle idee per produrre soluzioni politiche di alto livello.  Ad esempio sul tema dell’Europa, che necessita di una profonda revisione in senso confederale dei suoi equilibri istituzionali ed economici; sulle questioni interne che riguardano il lavoro e l’impresa, vessati da costi e burocrazie che minano la competitività del nostro sistema; sulla sostenibilità economica dell’attuale welfare e sulla fiscalità, i cui meccanismi vanno rivisti per garantire una maggiore equità tra le esigenze dello Stato e quelle dei cittadini; e, infine, sulle riforme di sistema – architettura dello Stato e Giustizia in primis – di cui si discute da decenni e che non possono essere più rimandate.

Margherita Movarelli

Responsabile del Centro Studi e Portavoce della Fondazione Magna Carta

Da Milano prove tecniche di Nuovo Centrodestra alla Alfano

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