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Grazie all’autorizzazione dell’autore, pubblichiamo il commento di Federico Guiglia uscito sul quotidiano Il Tempo

Fino a pochi anni fa perfino i migliori vocabolari della lingua italiana riportavano -e alcuni ancora riportano- alla voce “foiba” soltanto il significato morfologico di “tipo di dolina costituita da un avvallamento imbutiforme sul fondo del quale si trova comunemente un inghiottitoio”. Così lo Zingarelli, edizione Zanichelli 2010. Che però aggiunge una seconda e più aggiornata spiegazione, dalla geografia alla storia: “Nel periodo dell’occupazione jugoslava di Trieste (maggio-giugno 1945), fosse comuni per le vittime di rappresaglie militari e assassinii politici.

Estensivamente: Il fenomeno degli eccidi e delle rappresaglie ad opera di partigiani comunisti jugoslavi nell’ultima fase della seconda Guerra mondiale e subito dopo”. Manca un dettaglio che non è un dettaglio: le vittime erano italiane con la sola “colpa” d’essere italiane. Ma la verità dei fatti pur taciuta o addirittura negata per decenni in Italia, oggi è diventata patrimonio comune e ufficiale. Ogni 10 febbraio una legge del 2004 celebra il “giorno del ricordo” in omaggio, tardivo ma importante, alle vittime istriane, giuliane e dalmate, almeno ventimila, della pulizia etnica anti-italiana. Postuma solidarietà anche ai trecentocinquantamila connazionali costretti a lasciare la terra in cui erano nati o vissuti per evitare persecuzioni e salvare la propria identità, e talvolta la propria stessa vita.

Il “giorno del ricordo”, significativamente agganciato all’anniversario del Trattato di pace che nel 1947 staccava dall’Italia territori italiani, si commemora a pochi giorni di distanza dal “giorno della memoria”, che ogni 27 gennaio ricorda al mondo le vittime del nazismo e dell’Olocausto. Una data, a sua volta associata al giorno della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, per mai dimenticare un crimine contro l’umanità che ha colpito sei milioni di ebrei nel cuore dell’Europa. La “Shoah”, che in lingua ebraica vuol dire catastrofe. Per citare di nuovo il dizionario, “lo sterminio degli ebrei a opera dei nazisti durante la seconda guerra mondiale”.

Esistono, dunque, delle verità così orribili che, chi non le ha vissute, ormai la maggior parte delle persone nate dopo, spesso domanda e si domanda: “Ma come è stato possibile?”. Per questo la storiografia e le testimonianze dei sopravvissuti ci hanno consegnato il dovere di continuare a raccontare e a ricercare, di discutere sempre e di tutto -guai se così non fosse-, ma non sorvolando o facendo finta di niente su quanto è stato accertato. Non si gioca col dolore delle persone né con gli orrori della storia. Sono eventi incancellabili. E ogni tentativo di minimizzarli o addirittura di negarli, dev’essere percepito come un’offesa non soltanto alla verità, ma alla stessa volontà di conoscenza che anima uomini e popoli.

Chi nega quei crimini di cui conosciamo nomi e cognomi sia delle vittime, sia dei carnefici, nega anche la nostra intelligenza. Nega quel diritto di sapere che è alla radice di ogni cultura. Nega il diritto dei giovani di chiedere ai padri e ai nonni “ma com’è potuto accadere?”. Ecco perché il testo contro il negazionismo, da poco approvato dalla commissione Giustizia del Senato, è un segnale incoraggiante di “buon civismo”. Chi nega i massacri avvenuti, violenta l’evidenza acclarata, aggiungendo altro dolore al dolore senza fine dei sopravvissuti e dei loro familiari. Il reato d’opinione non è un’opinione: è un reato. Altrimenti regnerebbe la diffamazione libera e gratuita. La libertà di parola, principio costituzionale non negoziabile, nulla ha da spartire con l’offesa, il vilipendio, l’insulto ai morti e ai vivi.

La nuova legge colpirà con pene aumentate della metà chi istiga o fa apologia “di delitti di terrorismo, crimini di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra”. Lo stesso criterio riguarderà “chi nega l’esistenza di crimini di genocidio o contro l’umanità”. Dunque, in attesa del voto in aula al Senato e poi della Camera, la Shoah e la sua terribile unicità avranno, alla fine, un’importante tutela legislativa (dai cinque ai sette anni e mezzo di carcere per il condannato). Come avviene in quattordici nazioni. Ma tutela avrà pure la dimenticata tragedia delle foibe, termine che dal vocabolario ora entra anch’esso, moralmente, nel codice penale, essendo chiarissimi lo spirito e la lettera dell’emendamento approvato. Con questa legge la patria protegge la memoria, la sofferenza e il rispetto di tutti i suoi figli.

Al resto dovranno pensare gli storici, le scuole, le famiglie, tramandando il racconto dei crimini del Novecento di generazione in generazione. Perché il Male venga estirpato dal futuro, e mai cancellato dal ricordo.

Ciò che la legge contro il negazionismo non può fare

Grazie all’autorizzazione dell’autore, pubblichiamo il commento di Federico Guiglia uscito sul quotidiano Il Tempo Fino a pochi anni fa perfino i migliori vocabolari della lingua italiana riportavano -e alcuni ancora riportano- alla voce “foiba” soltanto il significato morfologico di “tipo di dolina costituita da un avvallamento imbutiforme sul fondo del quale si trova comunemente un inghiottitoio”. Così lo Zingarelli, edizione Zanichelli…

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