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È solo di una settimana fa il sondaggio che dà il Front National al 24%.

Il partito di Marine Le Pen sarebbe dunque oggi il primo partito in Francia, posizione confermata domenica al ballottaggio delle elezioni cantonali di Brignoles, dove il candidato del Front National ha battuto quello dell’Ump malgrado il Partito Socialista avesse invitato i propri elettori a votare per il candidato moderato pur di escludere la vittoria della destra.

La conventio ad excludendum, però, questa volta non ha funzionato, e sono in molti in Francia a iniziare a chiedersi se alle elezioni locali ed europee del prossimo anno il Front non si stia preparando a fare incetta di seggi, gettando le premesse per arrivare al 2017 con una seria chance di entrare all’Eliseo. Vale allora la pena di andare un po’ a fondo della situazione francese, partendo da una serie di dati recenti, per cercare di capire dove sta andando Parigi, e da dove viene il favore che incontra la destra di Le Pen figlia.

1. Come ha ricordato Cesare Martinetti su La Stampa, il favore di cui gode la formazione di destra è parte di un’onda anti-establishment più ampia che sta prendendo piede in diversi Paesi europei, Italia inclusa. Questa ondata di risentimento popolare mescola elementi di euro-scetticismo con forti dosi di nazionalismo. Critica le “caste” politico-industriali corrotte con xenofobia manifesta e vuole riappropriarsi della sovranità perduta assumendo posizioni autarchiche e protezioniste e proposte di uscita dall’euro.

In Francia, queste tendenze contraddittorie si innestano su un panorama politico già a suo modo peculiare, quella Quinta Repubblica figlia di De Gaulle dove il discorso pubblico repubblicano si è fatto religione civile e dove sembra continuare a non esserci spazio per posizioni politiche che invochino un minor peso dello Stato nell’economia e nelle scelte individuali dei francesi. Un peso che François Hollande sembra invece determinato a mantenere, e anzi ad aumentare: vanno infatti in questa direzione molteplici iniziative patrocinate dall’attuale inquilino dell’Eliseo.

Il capitolo più lungo e significativo, anche sul piano simbolico, riguarda la pressione fiscale. In primo luogo, già durante la campagna elettorale del 2012, Hollande avanzò la controversa proposta di portare al 75% l’aliquota marginale dell’imposta sui redditi oltre il milione di euro. Una volta giunto all’Eliseo (anche per effetto di tale promessa), Hollande fece dunque approvare dal Parlamento a nuova maggioranza socialista l’aumento in questione, che suscitò molte polemiche da parte delle imprese e portò anche alla decisione da parte del magnate del lusso Bernard Arnault, così come del celebre attore Gérard Depardieu, di acquisire rispettivamente la cittadinanza belga e russa per sfuggire al fisco francese (altre celebrità, del resto, erano già andate via dalla Francia, come la modella Laetitia Casta, il cuoco Alain Ducasse e il cantante e attore Johnny Hallyday).

La tassa al 75% fu poi dichiarata illegittima dal Consiglio Costituzionale nel dicembre scorso, una conclusione poi ribadita dal Consiglio di Stato nel marzo 2013. Tuttavia Hollande non ha sin qui rinunciato al progetto, e lui e il primo ministro Ayrault hanno annunciato che intendono riproporlo, facendo pagare la tassa ai datori di lavoro come sostituti d’imposta. In effetti, anche dopo la sentenza costituzionale, non si era arrestato il cosiddetto esodo fiscale di top manager: un trend confermato anche da un report dell’INSEE (l’equivalente dell’ISTAT francese) del giugno scorso, secondo cui la delocalizzazione all’estero di imprese francesi non finanziarie con più di 50 dipendenti ha condotto alla perdita di 20mila posti di lavoro in tre anni. Tra il 2009 e il 2011, infatti, il 4,2% delle imprese francesi si è spostata almeno in parte all’estero, peraltro con una prevalenza relativa non per Paesi in via di sviluppo, ma per altre destinazioni europee (già oggi, Londra conta come la sesta città francese per abitanti). Il governo francese ha cercato di correre ai ripari promuovendo un sito, dal significativo nome di Colbert 2.0, per provare a smentire l’effettiva convenienza della scelta di delocalizzare. Ma è difficile che la mera propaganda anti-espatrio possa di per sé invertire la tendenza.

2. La querelle sull’aliquota marginale sui redditi, però, non è che un aspetto delle resistenze incontrate dalla politica fiscale del governo francese: hanno fatto molto discutere anche i notevoli aumenti nelle imposte sui patrimoni, nonché quelle sul capital gain, portate fino al 60%, come parte di una policy che prevedeva per il budget 2013 20 miliardi di nuove tasse (ulteriori rispetto ai 7 del 2012), a fronte di spese tagliate per 12,5. Del resto, a maggio scorso dati del ministero francese hanno rivelato che nel 2012 ben 8000 famiglie hanno pagato in tasse più del 100% del loro reddito, e per il 2013 la pressione fiscale complessiva è stimata al 46,5% del PIL, un livello destinato a salire nel 2014 per il quinto anno di fila (fino al 47%), per effetto di ulteriori nuove tasse per almeno 3 miliardi.

Il capitolo tasse ha dunque suscitato molte critiche e preoccupazioni da parte del mondo delle imprese e non solo. L’iniziativa più interessante è stata il movimento Les Pigeons, che cerca di unire le forze degli imprenditori, soprattutto del mondo delle start-up e del venture capital, per ottenere sollievo dal pesante aggravio fiscale. I propositi del governo francese hanno anche suscitato le ironie del premier inglese Cameron, che ha dichiarato che Londra era pronta a stendere un tappeto rosso a imprese e uomini d’affari francesi in fuga dalle elevate tasse del loro Paese. Ma non vi è solo il fronte fiscale: sempre in ambito economico, il governo ha mostrato una forte propensione interventista anche nel mercato del lavoro.

Una legge approvata a inizio ottobre dall’Assemblea Nazionale prevede sanzioni fino a venti volte il salario minimo per ogni impiegato licenziato se la proprietà dell’azienda in crisi non è in grado di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per trovare un acquirente ed evitare così la chiusura dell’impianto.

Ma nelle ultime settimane hanno suscitato grande clamore anche altre questioni: su tutte, la polemica sull’apertura domenicale dei negozi e grandi magazzini. Colossi come Leroy Merlin e Castorama, forti del consenso dei propri dipendenti, disposti a sfidare le ordinanze giudiziarie ottenute dai sindacati che impongono la chiusura domenicale, e che già avevano costretto il megastore di Sephora sugli Champs-Elysées ad abbassare le saracinesche alle 21, inibendo il turno serale.

Molto significativa poi anche la legge anti-Amazon approvata con maggioranza bipartisan dall’Assemblea Nazionale a inizio ottobre, con cui si vieta ai rivenditori di libri on-line di offrire la consegna gratuita, uno strumento che, secondo il ministro della cultura, Amazon usava per aggirare la legge del 1981 che regolamenta il prezzo dei libri, permettendo uno sconto massimo del 5% rispetto al prezzo imposto a livello ministeriale. La mossa cerca così di difendere le piccole librerie indipendenti (già oggetto a giugno di un piano di aiuti da 9 milioni di euro).

Da un lato, questa policy è in linea con le campagne governative per incoraggiare in generale l’acquisto di prodotti made in France (ma ostacolare l’acquisto di imprese francesi da parte di soggetti stranieri, grazie alla Banque publique d’invetissement, o far saltare importanti acquisizioni in Francia da parte di multinazionali americaneperché contro gli “interessi nazionali”). Dall’altro lato, la legge anti-Amazon fa il paio con le battaglie in sede interna ed europea per imporre un più elevato livello di tassazione alle grandi internet company, anche allo scopo di combattere sul piano culturale quella che viene percepita come l’americanizzazione che esse portano con sé: se la proposta di una tassa su tutti i dispositivi connessi ad internet per finanziare film e serie tv francesi è stata per il momento accantonata, rimane in vigore la legge che impone alle radio di trasmettere una quota minima obbligatoria di musica francese; la Francia si è poi impuntata a giugno perché l’industria audiovisiva venisse esclusa dall’accordo di libero scambio Ue-Usa, al fine di proteggere la famosa eccezione culturale francese. Del resto la minaccia governativa di una legge per imporre a Google di girare agli editori di giornali francesi parte dei propri profitti derivanti dalla ripresa di loro articoli ha già indotto Google a versare loro 60 milioni di euro.

Ma l’interventismo governativo sulla società si è manifestata anche con il varo di norme e politiche paternaliste: Si va  dalla proposta di vietare le sigarette elettroniche nei luoghi pubblici a quella di rendere l’etilometro obbligatorio su tutte le auto. A queste misure si aggiungono le vessazioni percepite dalla parte più conservatrice della società, dal varo di leggi transfobiche alla sostituzione dei termini “padre” e “madre” con “genitore” nella modulistica della scuola pubblica. D’altro canto, l’attuale ministro per l’educazione Vincent Peillon aveva improvvidamente parlato della necessità di sostituire la religione civile repubblicana alla religione cattolica. Oggi molti leggono nell’approvazione della nuova Carta della laicità la realizzazione di questo programma.

3. I prossimi mesi riveleranno se il presidente Hollande saprà avere la meglio su di una popolarità ai minimi termini (23% di gradimento dei francesi), un debito pubblico, un deficit e una spesa pubblica rispettivamente al 92%, 4,1% e 57% del PIL, e una disoccupazione al 10,4% (ai massimi da oltre 15 anni, per la prima volta più di 3 milioni di persone).

In assenza di alternative liberali credibili, il malcontento generato dal suo mandato potrebbe riversarsi su Marine Le Pen permettendo al suo partito di raggiungere percentuali ancora fino a qualche tempo fa impensabili.

Della malattia italiana si sa tutto, mentre quella francese – per molti versi altrettanto grave – tende a essere molto più trascurata dai media e dai mercati, come conferma uno spread coi titoli tedeschi rimasto sempre molto basso. Meglio non sottovalutare la situazione e stare attenti a ciò che accadrà nell’Esagono da qui alla prossima primavera.

Clicca qui per leggere l’analisi completa sul sito del Centro Einaudi

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