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Tra febbraio e aprile dell’anno scorso, Cina e Stati Uniti dovettero affrontare il rischio di due crisi diplomatiche che avevano a che fare con le rappresentanze Usa nella Repubblica popolare. Intervenuto alla Chatham House a Londra, l’allora Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha approfondito e dato ulteriori dettagli su come Washington gestì l’arrivo di Wang Lijun, braccio destro del deposto leader comunista Bo Xilai, nel consolato di Chengdu a febbraio e la fuga del dissidente Chen Guangcheng, rifugiatosi nell’ambasciata a Pechino due mesi dopo.

La vicenda Wang, ha sottolineato la signora Clinton, stava diventando “molto pericolosa”. Il fuggitivo è stato per anni a capo della sicurezza nella megalopoli di Chongqing, uomo di fiducia di Bo, all’epoca a capo del Partito comunista in città, e braccio armato nella lotta contro le triadi criminali. Una campagna, quella per “colpire il nero” – il riferimento è alla mano nera, com’è chiamata la mafia in Cina – che unita alla retorica maoista e a politiche redistributive e di edilizia popolare, aveva lanciato Bo come stella nascente della politica cinese.

La lotta alla criminalità era però anche un modo per levare di mezzo ipotetici avversari. La fuga di Wang segnò l’inizio della caduta del suo capo, condannato a metà settembre all’ergastolo nel processo che lo vedeva coinvolto per corruzione, abuso di potere e appropriazione indebita.

Il tentativo di trovare asilo nella sede diplomatica Usa fu un modo per scappare da Chongqing, dopo che emerse il coinvolgimento della moglie di Bo, Gu Kailai, nell’omicidio di un uomo d’affari britannico, Neil Heywood. Il faccendiere era la figura chiave attorno a cui ruotava il sottobosco di favori e tangenti con cui la famiglia del principino rosso si sarebbe arricchita durante gli anni al potere. Almeno questa è la verità processuale.

Le risposte della Clinton alle domande del direttore della Chatham House, Robin Niblett danno una versione americana di quanto successe. “Quando il braccio destro di Bo Xilai si presentò al consolato chiedendo asilo, non rientrava in alcune delle categorie affinché gli Stati Uniti glielo potessero accordare”, ha spiegato l’ex titolare della diplomazia americana, che ha fatto del riposizionamento di Washington in Asia uno dei cardini della politica estera Usa. “Aveva la reputazione di uomo corrotto, brutale come un criminale. Era il gendarme di Bo Xilai”.

Wang, che ora sta scontando una condanna a 15 anni di carcere per corruzione e abuso d’ufficio, cercava un “luogo sicuro”, che fu tuttavia circondato dalle forze di polizia fedeli a Bo. Una situazione di grande rischio. L’ex super-poliziotto, è proseguito il racconto della Clinton, voleva chiarire la vicenda con la dirigenza di Pechino e spiegare cosa stessa accadendo. “Abbiamo fatto in modo che lo facesse”, ha spiegato, “lo abbiamo fatto in modo discreto, senza creare imbarazzi a nessuno, ma cercando di gestire la vicenda nel modo più professionale possibile”.

Trascorsi due mesi gli Stati Uniti si trovarono nuovamente a dover gestire una situazione di attrito con Pechino e questa volta quando mancava una settimana dell’annuale Dialogo strategico ed economico tra le due potenze, i cui incontri si tenevano proprio nella capitale cinese.

L’attivista contro gli aborti forzati Chen Guangcheng riuscì a liberarsi dalla sua detenzione illegale nella provincia dello Shandong, cui era sottoposto dopo aver scontato anni in carcere per il suo impegno.

“Sono stata avvisata a notte fonda” ha detto Clinton, “sapevo che questo avrebbe influito sulle relazioni, ma ero anche convinta che fosse un esempio per mettere in pratica i valori americani. Si trattava di un uomo che chiedeva il sostegno, l’attenzione e la protezione statunitense”.

L’amministrazione Usa ha così tentato un approccio con Pechino tramite il Consigliere di Stato, Dai Bingguo, cui fu spiegato come il caso Chen fosse nell’interesse cinese e non statunitense. La sua prima reazione fu dire che di Chen la Cina non voleva più sentir parlare. La Clinton sottolineò invece la necessità di risolvere la vicenda prima della fine degli incontri.

Già in quei giorni concitati ci si interrogò su cosa sarebbe successo per i rapporti tra i due governi se Chen fosse stato costretto a rimanere per lungo tempo nell’ambasciata e si tirò in ballo l’esempio di Fang Lizhi, fisico e accademico, considerato uno degli ispiratori del movimento di piazza Tiananmen, che passò un anno dentro la rappresentanza Usa per sfuggire alla repressione, prima di andare in esilio.

Il consiglio della controparte fu tenere il caso fuori dai colloqui con l’allora presidente Hu Jintao e con il premier Wen Jiabao. Secondo una prima intesa, Chen sarebbe stato portato in una località sicura, sempre in Cina, e non sarebbe stato più vittima di minacce e persecuzioni. Il 2 maggio, l’ambasciatore lo accompagnò in ospedale per le ferite riportate durante la fuga. Durante il ricovero, sull’onda delle preoccupazioni per il rischio di rappresaglie contro i familiari, Chen spiegò di voler lasciare il Paese. Intanto era montato il solito giro di accuse sull’intromissione negli affari interni della Cina. Due settimane dopo Chen partì alla volta di New York con un permesso di studio.

I rapporti fra Cina e Usa svelati da Hillary Clinton

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