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In tanti plaudono al ritorno della balena bianca al timone del governo della politica italiana. I Letta, i Renzi, gli Angelino Alfano, nuovi epigoni di una storia, quella del primo dopoguerra, che assicurò con la stabilità politica una crescita economica che però dagli anni 70 in avanti, complice la crisi petrolifera, è stata poi smarrita.
Fermo restando che fu quella stessa balena bianca a finire all’arpione di Achab – Di Pietro, rappresentante di una giustizia che dal 1992 a oggi ha assunto un ruolo politico, temo che la sintesi del discorso del Presidente Letta finisca con il distorcere una storia economica e industriale di questo paese che permise all’Italia di diventare uno dei paesi più industrializzati.
Non si può affermare che lo sviluppo economico del paese sia solo merito di quella politica e della stabilità. In quegli anni, gli anni 50 e 60, a Ivrea c’era l’Olivetti, quella di Camillo e Adriano. Ad Alba c’era la Ferrero di Michele che inventava il kinder e la fiesta. A Pisa c’era la Piaggio, quella di Corradino D’Ascanio che pensando all’elicottero inventò quel ciclomotore con la vitina stretta che fu la Vespa. A Milano e Torino nasceva dall’ingegno di Pininfarina quella forma molluscoide a osso di seppia che fu la Duetto dell’Alfa Romeo. La Fiat di quegli anni era la Fiat dei Ghidella che succedevano ai Dante Giacosa, nulla a che vedere con i Fresco, i Cantarella progettisti di altre minigonne. Erano gli anni della Buitoni e della Barilla. Della Perugina. Gli anni degli Sciroppi Fabbri. Un’Italia che trasformò botteghe in fabbriche con una genialità e una capacità organizzativa superiore ai zaibatsu giapponesi.
E che la politica non aveva niente a che fare con la spinta propulsiva che le idee, e solo le idee, davano allo sviluppo economico, basti pensare che nel 1984, sotto il governo Craxi con Spadolini alla Difesa, Andreotti agli Esteri, Scalfaro agli Interni e Visentini alle Finanze, la migliore automobile fatta dalla Fiat, ovvero la Thema, fu scelta come il modello delle auto blu mentre l’ordinamento fiscale disincentivava l’acquisto di auto con cilindrata superiore ai 2l. La Thema V6 (6 cilindri) che aveva più di 2l di cilindrata uscì rapidamente di produzione. Tanto per dire.
O, ancora, basti pensare all’operazione Alfa Sud orchestrata dalla regia di Ciriaco De Mita, democristiano anche lui, che distrusse un marchio e una storia forzando la produzione dell’Alfa Sud nello stabilimento di Grottaminarda (con personale improvvisato frutto di un concetto clientelare delle assunzioni) anziché in quello di Pomigliano dove il grandissimo e lungimirante Giuseppe Luraghi aveva formato migliaia di operai. L’Alfa Romeo fu poi svenduta da Romano Prodi qualche anno dopo.
Fu quella logica, quella clientelare, che fu tra i tanti diaframmi della politica di compensazione della DC a erodere la capacità di fare e fare con profitto di questo paese. Riempiendo l’Alitalia, l’Ansaldo, ridotte a tante Atac, delle clientele senza distinguere tra aziende strategiche e non strategiche. Senza salvaguardare quelli che ora Letta, svezzato a pane e brief dell’Aspen Institute, chiama asset strategici, che per decenni sono state sedie buone in cambio di una X in cabina elettorale. Dopo che un ufficio commerciale è arrivato ad avere 200 persone, un decimo degli operai nelle linee degli stabilimenti, neanche lo Spirito Santo con cui la DC ha sempre sostenuto di avere frequentazione ti può salvare.
Volendo ridere del grottesco, Letta, che acuti osservatori politici hanno visto nei suoi discorsi alle camere con la schiena diritta, mi ricorda Adriano Celentano in “Innamorato Pazzo”, film del 1981, quando si reca alla residenza della famiglia reale di uno stato straniero della cui figlia (Ornella Muti) lui si è invaghito. Barnaba, il personaggio protagonista, fa l’autista Atac e per l’occasione decide di indossare la divisa di autista con tanto di cappello. Si imposta e si da un tono al punto che gli ufficiali delle altre delegazioni presenti lo scambiano per un ufficiale di stato maggiore. Ecco.

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