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La crisi politica impatta sull’economia con l’aumento dell’incertezza. Le tensioni sullo spread sono lì a testimoniarlo. Ciò è negativo per un Paese già affetto dal credit crunch. È ancor più negativo se le tensioni nel secondario dovessero trasferirsi in modo persistente sui rendimenti delle nuove emissioni di titoli pubblici, aumentando spesa per interessi e avanzo primario richiesto per contrastarla. È l’altro canale attraverso cui passa il soffocamento delle deboli prospettive di ripresa.

Proprio per ridurre i motivi di incertezza è essenziale eliminare inutili fattori di drammatizzazione. La crisi di Governo non mette i conti pubblici su un percorso di deriva. Abbiamo un bilancio a legislazione vigente, cioè senza ulteriori interventi di politica economica, che soddisfa i parametri numerici europei. Certamente nel 2014. Per il 2013 occorre portare il deficit/Pil dal 3,1 entro il tetto del 3% per non rischiare la riapertura della procedura d’infrazione, prendendo in considerazione l’ipotesi di rinunciare all’eliminazione del pagamento della seconda rata IMU.

È la stupidità europea dei decimali, per cui 3,1 è un altro mondo rispetto a 3, ma finché siamo in questa partita e non abbiamo forza contrattuale per cambiarla dobbiamo adeguarci alle regole. Un’operazione di questo tipo è alla portata anche di un Governo di ordinaria amministrazione, che potrebbe trovare pure le risorse per il finanziamento della CIG in deroga per la parte finale dell’anno. Non c’è bisogno, dunque, di un supervisore esterno che, in emergenza, rimetta in sesto conti lasciati a ruota libera per la crisi di governo. I mercati devono saperlo. Ed è uno spettro che non ha senso evocare per mero calcolo politico.

Il problema è che non possiamo accontentarci del bilancio vigente perché lascia, in questo caso sì, alla deriva crisi produttiva e del mercato del lavoro. Abbiamo bisogno di un Legge di stabilità per il 2014 che modifichi il bilancio in senso espansivo, entro i termini concessi dalle regole europee, e che venga in aiuto di coloro che sono colpiti dalla crisi. Per fare questo non basta l’ordinaria amministrazione, è necessario un Governo che abbia possibilità e capacità di scelta. Non è politicamente semplice. Occorre prendere decisioni per concentrare in modo efficace le risorse scarse al sostegno del PIL e dell’occupazione: puntare sull’export, cioè taglio del cuneo fiscale, o sulla domanda interna, cioè taglio delle imposte sul reddito, o ancora sulla domanda pubblica per infrastrutture?

Sono scelte diverse, rispondono a interessi diversi, difficilmente realizzabili tutte insieme.

Così la crisi politica incide sull'economia

La crisi politica impatta sull’economia con l’aumento dell’incertezza. Le tensioni sullo spread sono lì a testimoniarlo. Ciò è negativo per un Paese già affetto dal credit crunch. È ancor più negativo se le tensioni nel secondario dovessero trasferirsi in modo persistente sui rendimenti delle nuove emissioni di titoli pubblici, aumentando spesa per interessi e avanzo primario richiesto per contrastarla. È…

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