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Alitalia è in bolletta. La compagnia aerea non è in grado di pagare neppure il carburante e a fine mese neppure gli stipendi ai dipendenti. Anche se, dicono osservatori informati ma maligni, continua ad elargire denaro per consulenze per la comunicazione: si sa, l’immagine sui giornali, innanzitutto.

Ma poi ci sono i fatti e i numeri. E i fatti e i numeri dicono che la patriottica Alitalia è di nuovo sull’orlo del collasso. Così da un lato i soci italiani e dall’altro il governo stanno cercando di fare forcing su società statali per intervenire temporaneamente anche nel capitale sociale dell’azienda per partecipare magari al previsto aumento di capitale.

Si parla della finanziaria statale Fintecna, di un ruolo per le Ferrovie dello Stato visto anche il progetto presentato dal capo azienda delle Fs, Mauro Moretti, e pure della Cassa depositi e prestiti, società controllata all’80 per cento dal ministero dell’Economia.

Ma nonostante sollecitazioni più o meno garbate, la società presieduta da Franco Bassanini e capitanata dall’amministratore delegato, Giovanni Gorno Tempini, ha declinato cortesemente e fermamente l’invito.

Anche se indiscrezioni del Fatto Quotidiano nei giorni scorsi accreditavano divergenze di opinione fra un possibilista Bassanini e un oltranzista Gorno Tempini, la risposta dei vertici della Cassa è stata univoca: lo statuto del fondo strategico Fsi, controllato dalla Cdp, che ha ad esempio acquistato da Finmeccanica la maggioranza di Ansaldo Energia, non consente di rilevare azioni di società in perdita come Alitalia.

Capitolo chiuso, dunque. Forse.

Per Alitalia non ci sono soldi in Cassa (depositi e prestiti)

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