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L’ergastolo a Bo Xilai nel processo che lo vedeva imputato per corruzione, appropriazione indebita e abuso di potere, è alla stregua di una condanna a morte politica per l’ormai ex astro nascente del Partito comunista cinese.

Una sentenza “ingiusta”, il tribunale intermedio di Jinan non “ha tenuto conto dei fatti”, ha attaccato l’ex numero uno del Pcc nella municipalità di Chongqing, mantenendo il carattere dei giorni di processo, quando la difesa giocata nel ribattere punto su punto alle imputazioni a suo carico fu definita “energica” da buona parte degli osservatori. Nel dettaglio, la sentenza pronunciata ieri è stato di carcere a vita per le accuse di corruzione, a 15 anni carcere per appropriazione indebita e a sette anni per il reato di abuso di potere.

La lettura data dalla stampa ufficiale enfatizza la volontà di colpire la corruzione anche nei casi in cui alla sbarra siedano alti maggiorenti dell’élite al potere. Il processo contro Bo Xilai è stato inoltre presentato coma un test per lo stato di diritto nella Repubblica popolare, in realtà legata alle decisioni del Partito comunista.

Tant’è che per mancanza di prove, il leader deposto è stato scagionato dall’accusa di essersi fatto rimborsare biglietti aerei e altre spese per un valore di 1,3 milioni di yuan, pari a circa 130mila euro, dall’imprenditore Xu Ming, considerato il cassiere della famiglia e al centro del giro di tangenti che ha travolto Bo, in riferimento agli anni in cui era sindaco a Dalian. Mentre le trascrizioni delle udienze sono state diffuse online dalla stessa corte, in un’inedita spinta alal trasparenza, sebbene i documenti pubblicati pare abbiano subito alcune sforbiciate.

La condanna al “fine pena mai” ha colto di sorpresa i commentatori. Nelle settimane tra la fine del dibattimento e la sentenza era opinione diffusa che la condanna sarebbe stata a 20 anni di carcere o di poco superiore. Ha forse pesato nelle decisioni dei giudici la difesa di Bo, con, ad esempio, l’aver dichiarato di essere stato sottoposto a pressioni per estorcergli la confessione dei reati che gli venivano imputati. “Una condanna così severa è dovuta al rifiuto di Bo ad ammettere le accuse contro lui”, ha detto al South China Morning Post, il politologo Zhang Ming, dell’Università Renmin.

Il deposto leader ha tempo dieci giorni per presentare appello. Secondo il quotidiano di Hong Kong, non è escluso che scontata parte della condanna possa essere rilasciato. Non prima tuttavia che la sua influenza politica sia svanita o messa in secondo piano.

L’intera vicenda ha portato allo scoperto le lotte di potere dentro il Pcc. Lo scandalo esploso a febbraio dell’anno scorso con la fuga nel consolato Usa a Chengdu di Wang Lijun, ex capo della polizia a Chongqing e sodale di Bo, ha permesso alla dirigenza di mettere da parte la figura che aveva fatto da catalizzatore delle istanze neomaoiste.

Zhang Lifan, accademico e commentatore citato dal britannico Guardian, sottolinea come il processo Bo e la campagna contro i rumor diffusi online siano parte del consolidamento della nuova dirigenza, salita al potere con il congresso dello scorso autunno.

A novembre il Partito si riunirà nell’annuale plenaria. Dal conclave usciranno le linee guida per la riforma del sistema economico. La strada è quella di maggiori liberalizzazioni e di una messa in discussione della gestione della grandi aziende di Stato, opposta al modello seguito negli anni a Chongqing, ma anche in altre parti della Cina, fatto di finanziamenti statali, politiche sociali e capacità di attirare le multinazionali straniere.

Con Bo Xilai chiuso per i prossimi dieci anni a Qincheng, carcere a “a cinque stelle” dove hanno scontato la pena altri alti dirigenti come l’ex numero uno del Pcc a Shanghai, Chen Liangyu, il tandem Xi Jinping e Li Keqiang potrà portare avanti le riforme.

Secondo alcune analisi, i neomaoisti restano comunque una spina nel fianco per la dirigenza che, come sta facendo il presidente Xi con alcune campagne che richiamano al nazionalismo, occorre accarezzare e portare dalla propria parte. Ora che tra l’altro sono senza un leader che faccia da catalizzatore.

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