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Questo commento è stato pubblicato su Il Tempo

Lui festeggerà i suoi primi novant’anni, il prossimo 20 agosto, recitando Gabriele D’Annunzio. Anche nel giorno del compleanno Giorgio Albertazzi non rinuncia alla vita da palcoscenico, che lo ha reso il più grande attore d’Italia.

Vita intensa, colta, spericolata. Ricorda la vita di un altro grande artista e quasi coetaneo, che a sua volta riporta ad Albertazzi: l’ottantasettenne Dario Fo, il nostro più recente premio Nobel per la letteratura. Lo vinse nel 1997. Due personalità profondamente diverse tra loro anche nelle scelte politiche, destra e sinistra rispettivamente. Senza mai rinnegarle, né l’uno né l’altro. Talmente opposti, che hanno finito per lavorare insieme e, perfino, per diventare amici. Come succede a chi non ha paura di confrontare le proprie convinzioni profonde, sapendo che l’interlocutore potrà soltanto arricchirsi dall’altrui punto di vista.
Giorgio Albertazzi e Dario Fo, due italiani del Novecento che hanno contribuito a rendere più universale la nostra cultura, il nostro teatro, la nostra letteratura. Che hanno lavorato in Italia e nel mondo. Controversi entrambi, stimati e criticati, intellettuali “schierati” che però hanno saputo sempre “parlare” al grande pubblico. La libertà della parola. Hanno innovato. Hanno dato prestigio alla tradizione millenaria della lingua italiana. Hanno sollevato polemiche, dunque hanno stimolato il nostro modo di pensare e di arrabbiarci, di intendere la vita e l’impegno civico o politico che dir si voglia.

Proprio la loro diversità, proprio la loro indipendenza da qualunque forma di potere – tipica indipendenza di chi si sente forte soltanto delle sue idee e del suo carattere -, merita il riconoscimento della nazione. Merita un “grazie”, semplicemente. Quasi un atto simbolico per dire che, quando c’è rispetto, quando c’è intelligenza, quando c’è generosità anche i più lontani rivali, così lontani da diventare amici, possono dare l’esempio a quest’Italia piccina e divisa più o meno in tutto. Dalla politica al calcio siamo all’eterno Mazzola-Rivera, come se i guelfi e i ghibellini fossero l’unico futuro della memoria.
Invece la felice contrapposizione e la felice mescolanza tra Albertazzi e Fo insegna che un grande Paese come l’Italia può allo stesso tempo dividersi e remare insieme. Può contrastare fino in fondo l’altrui punto di vista, ma perché lo considera degno del contrasto. Senza sconti, ma senza rancore: sfidando la diversità con franchezza.

Ecco, se il nostro presidente della Repubblica non fosse già tirato per la giacchetta in ben più amari contrasti -quelli offerti dalla quotidiana, precaria e penosa politica-, se Giorgio Napolitano non avesse già altri e assai più complicati pensieri per la testa, verrebbe voglia di chiedergli, sommessamente: caro presidente, perché non nomina senatori a vita il più grande attore d’Italia e il premio Nobel dell’Italia? Perché non dare un segnale alto e forte non solo di gratitudine della nazione ai due meritevoli, ma anche un messaggio politico di “come si fa” a convivere fra realtà, visioni e persone agli antipodi? La grandezza dell’Italia è sempre stata il mosaico delle sue differenze, la molteplicità delle sue bellezze, la pluralità delle sue idee. Quel contrasto antico e moderno di voci, di cuori e di colori che porta alla sintesi della Repubblica una e indivisibile. Neanche nei momenti di crisi economica, neanche quando sembrano smarrirsi il significato della politica e il senso dello Stato il valore dell’italianità può venir meno. Quest’italianità a tinte forti, incontenibile e ribelle, ma viva e piena di sogni di cui siamo tutti figli dei figli. Sì, la speranza incarnata in due giovani novantenni: chiedere per conferma ai ragazzi di oggi, che seguono con passione le attività dei due artisti.

Ecco, far entrare Giorgio Albertazzi e Dario Fo al Senato della Repubblica sarebbe un piccolo, ma importante suggello per dire che la contrapposizione ideologica del Novecento è finita. Per dire che oggi il contrasto, durissimo, si fa con le idee. Per dire che l’Italia continuerà a discutere -e come non potrebbe?- se Mazzola fosse più bravo o no di Rivera. Ma intanto, da allora, ha vinto altri due mondiali: a Madrid nel 1982 e a Berlino nel 2006. Come il calcio, anche la cultura ha bisogno di continuare a vincere.

Perché non nominare Albertazzi e Fo senatori a vita?

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