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Chi ha avuto prima la sfortuna di leggere (perché imposto dai programmi scolastici) e la fortuna ed il piacere poi di rileggere (per libera scelta) “I promessi sposi”, credo non possa fare a meno di associare l’aggettivo “pavido” al personaggio che per eccellenza lo incarna, Don Abbondio.

“Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”, scrive Manzoni, quasi a volerlo giustificare. La frase è efficace, ma non è del tutto corretta. La paura non è una condanna del destino, né una condizione caratteriale. E’ semplicemente la voglia di non vivere.

Tante volte il pauroso non ha timore delle conseguenze del suo eventuale gesto audace, ma solo del cambiamento che questo produrrebbe. “Il coraggio, uno, se non ce l’ha…” diventa in questi casi una comoda auto giustificazione. In effetti nel romanzo di Manzoni, la ritorsione del cattivo e potente don Rodrigo colpisce il coraggioso fra’ Cristoforo, che verrà poi trasferito in un lontano convento. Il pavido don Abbondio, invece, non subirà vendette e potrà tranquillamente continuare le sue letture serali sui libri che parlano di Carneade. E’ questa la verità: il prete non saprebbe gestire una situazione nuova.

E’ proprio questo che porta i molti don Abbondio contemporanei – mi riferisco in particolare a politici dentro e fuori il palazzo, dirigenti di associazioni, burocrati di Stato – a non esprimere mai una propria opinione, ovvero il frutto di una convinzione generata da un loro intimo ragionamento su una data questione, bensì, sono assunti al ruolo di portavoce dell’altrui pensiero, diventando consapevoli e perfetti – ma vuoti – strumenti divulgativi, in cambio di presenti concessioni o future promesse convenienze: anche la politica non sfugge a questa verità.

In questo particolare mondo, frequentemente i don Abbondio subiscono anche una involuzione genetica che li porta ad associare alla viltà un’altra caratteristica caratteriale non certo meritevole di lode, l’ipocrisia. E’ il caso di quelli che, presumendo la male parata, in occasione di scadenze elettorali, abbandonano la nave ammiraglia alla ricerca di una zattera, salvo poi ritrovarsi naufraghi di entrambe. E come i camaleonti cambiano il colore della pelle per mimetizzarsi di fronte ad un pericolo, se poi vengono trombati riescono con disinvoltura, dopo alcuni mesi di silenzio, a mutare casacca, ideali e stili a seconda di come pensano di poterne ottenere un nuovo tornaconto personale e tornare così alle vecchie abitudini, leggi scranno

Viene quindi da pensare che la causa dei molti problemi che affliggono il Belpaese, in modo particolare penso a quelli che derivano dalle mancate o rinviate sine die azioni rinnovatrici delle istituzioni, non è tanto nella figura dei leaders, ma nell’abbondanza di peones, che sono quasi sempre don Abbondio e molto raramente fra Cristoforo. Per dirla alla maniera di Totò, viviamo in tempi di caporali e mancano gli uomini. Come stupirsi poi “che nulla cambia”? Come non avvallare la tesi che in politica tutto si cambia per non cambiare nulla? Seguire la corrente è senza dubbio meno faticoso e rischioso e, se capita di finire in scatoletta, nessun problema: una scusa a posteriori per riapparire si trova sempre… Peccato però che nel frattempo, i don Abbondio contribuiscano a fossilizzare il Paese in uno status di rassegnata apatia collettiva.

In realtà, pur gridandolo a gran voce solo perché ispirati da altri, siffatti personaggi hanno paura del nuovo, del cambiamento. Preferiscono la tranquilla abitudine ai privilegi ottenuti in passato piuttosto che l’avventura di esporsi. E quando lo fanno sono spinti dalla convenienza, essendo loro esperti dell’arte di arrangiarsi. Sono quindi tristi e frustrati, perché la tranquillità è cosa molto diversa dalla felicità, che è conseguenza di alti e bassi ed ha il sapore forte della libertà di pensiero e dell’istinto ad agire. In fondo, l’abitudine è solo un lunga attesa della vecchiaia, quindi una sorta di anticipazione della morte.

A questo punto, a qualcuno – mi auguro – sarà sorta la domanda: ma chi sono ‘sti novelli don Abbondio involuti? Pensateci sopra e provate voi a decidere quanti tra i vari politici più o meno noti che conoscete – e magari non solo tra quelli – rispecchiano le caratteristiche del personaggio manzoniano. Siate però indulgenti, d’altronde “se uno il coraggio non ce l’ha, come se lo può dare?”

Chi sono i moderni don Abbondio secondo voi?

Chi ha avuto prima la sfortuna di leggere (perché imposto dai programmi scolastici) e la fortuna ed il piacere poi di rileggere (per libera scelta) “I promessi sposi”, credo non possa fare a meno di associare l’aggettivo “pavido” al personaggio che per eccellenza lo incarna, Don Abbondio. "Il coraggio, uno, se non ce l'ha, mica se lo può dare", scrive…

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