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C’è stato un tempo in cui per i corrispondenti sbarcati a Teheran la domanda non era chi fosse Khamenei, ma chi si nascondeva dietro di lui. Pareva impossibile che dietro quella figura statica, così prevedibile nella sua retorica manichea, non ci fosse un gran burattinaio più arguto. Un tipo alla Hashemi Rafsanjani con cui condividere affari e segreti, oppure un super generale con molto pelo sullo stomaco come Ghassem Suleimani, il chiacchierato regista del fronte della resistenza di Assad. Per anni la cifra di Khamenei è stata l’assenza. Dei brogli denunciati nel 2005 si incolpava il figlio Mojtaba, le sanzioni e lo sconquasso economico si imputavano ad Ahmadinjead. Poi le manifestazioni del 2009, gli spari, il sangue, i prigionieri e quelle grida “Khamenei dittatore”.

L’Ayatollah immoto come la sua effigie è sceso dal piedistallo ed il suo potere mai tanto palese è in pari misura motivo di scherno e terrore. Nonostante attaccarlo sia un crimine, non passa giorno nei caffè, nei taxi, nelle conversazioni private e persino in quelle pubbliche in cui Khamenei non sia messo alla berlina. Lo accusano gli esausti riformisti ed i deputati conservatori, lo criticano persino i comandanti pasdaran. La crisi economica? Il governo dice che ha seguito le direttive del leader supremo. Il disastro Ahmadinejad? Tutta colpa di Khamenei che lo ha scelto. L’isolamento dell’Iran? Un riflesso della depressione di Khamenei, poeta mancato che non pensa più al futuro degli iraniani ma solo alle fortune politico-economiche dei suoi. Di questi tempi solo gli speaker della tv di stato lo chiamano con il titolo onorifico di rahbar, per tutti gli altri Khamenei e’ solo “agha”, signore o “Mr Nezam” ( Mr sistema). Per contrastare quest’ondata di derisione, i telegiornali fanno a gara per rappresentarlo mentre accarezza anziani e bambini. L’anno scorso è stata pure ripubblicata una vecchia intervista in cui la signora Khamenei discetta della felicità domestica che le regala il suo Ali Akbar. Ma il “damage control” degli spin doctor non paga. Nell’era delle “elezioni unipolari” Khamenei appare finalmente per quello che è un “ commander in chief” piuttosto che un angelo custode della rivoluzione. Sì, avrà il suo “presidente” più o meno robotizzato, ma apparirà ogni giorno più colpevole.

C’è un dipinto di fine Ottocento in cui è ritratto Nasreddin Shah. Il sovrano Qajar siede nel salone degli specchi, solo, tra tappeti, candelabri e mobili francesi. Guarda fuori dalla finestra senza uno straccio di attendente o cortigiano a fargli compagnia. Nemmeno gli specchi riflettono la sua immagine. E’ solo, solissimo come un presagio della fine (Nasreddin Shah fu poi ucciso in un attentato da un mullah rivoluzionario). Ricorda tanto re Sole Khamenei.

pasdaran, Khamenei

I tormenti di Khamenei

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