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Sgomento e fede. Non ci sono altri termini per provare a definire lo stato d’animo di milioni di fedeli che sono rimasti sbigottiti dinanzi alla notizia improvvisa dell’abdicazione del Papa. Il disorientamento è stato tanto più forte in quanto da subito si era compreso che le motivazioni di questo gesto estremo non erano da ricercare nella malattia. Non almeno in quella del corpo umano. Ieri, Benedetto XVI ha voluto denunciare, non per la prima volta ma forse in modo definitivamente chiaro, il male che ha colpito la Chiesa. Dio si serve con semplicità e generosità, ha voluto ricordare. Non ce l’aveva solo con la comunità di cristiani raccolti fuori e dentro l’aula Nervi. Il Pontefice si è rivolto ai Cardinali, ai Vescovi, a quella Curia che non ha saputo nei mesi e negli anni scorsi cogliere il senso del suo messaggio apostolico. L’ipocrisia religiosa, la ricerca del consenso e dell’applauso, la vanità, le rivalità interne: questo è lo spaccato di una casa che, così com’è, non può essere di Pietro.

Ratzinger è stato ed è un rigorosissimo teologo, ha esercitato una significativa suggestione nei confronti di tanti intellettuali laici e più di una volta ha messo in crisi alcuni presunti titolari della Verità. Nessuno però ha dubitato sulla sua Santità. Egli non ha voluto scendere dalla croce ma al contrario ha scelto di compiere il sacrificio estremo, più grande della rinuncia alla vita che sarebbe stata comunque inconcepibile. Lo ha fatto non con una vocazione nichilista. È stata una intensa e generosa ambizione rigenerativa. Così vanno interpretate le parole durissime che ha espresso ieri. Nella storia millenaria della Chiesa le pagine buie non sono state poche. Gli scandali e le bassezze Oltretevere non sono una novità di questo secolo difficile. Eppure, una simile forma di relativismo storico non è accettabile. Non dal Santo Padre.

Quanto grave sia la deriva morale all’interno del Vaticano è tristemente riscontrabile ancora nelle cronache di queste ore. Dopo neanche un giorno dalla pronuncia in latino del drammatico annuncio di quelle che sono state sintetizzate come ‘dimissioni’, alcuni dei più autorevoli (si fa per dire) collaboratori del Papa non si sono chiusi nella preghiera e nel pentimento ma si sono affrettati a dare indicazioni terrene sulle sorti dello Ior. Nessuno dei peggiori politici italiani avrebbe osato rivolgere in questo contesto il pensiero (o la parola) verso una banca che peraltro è stata epicentro di tante lotte intestine. Diverse berrette porpora si sono subito distinte nel tramestio delle manovre per il prossimo conclave. Conciliaboli ed alleanze sono state segnalate dalla stampa senza che neanche ci sia stata la dignità di smentire le ricostruzioni giornalistiche. Ieri poi è uscito un articolo su un importante quotidiano italiano in cui si profetizza che il prossimo Pontefice sarà il cardinale che sceglierà come residenza romana quella di una influentissima Comunità. Poteva Benedetto XVI consentire ancora questo scempio?

Sin qui lo sgomento. Resta però la fede. Quella fede profonda che ha mosso il Papa e che tocca in profondità le coscienze di chi crede e che magari da oggi farà i conti con se stesso con uno spirito meno autoindulgente. Ratzinger per pronunciare il suo commiato ha scelto il giorno delle Ceneri non a caso. È l’inizio della Quaresima, il periodo della penitenza, del digiuno, della preghiera, della carità. È il periodo in cui si invita alla conversione. E il “ritorno a Dio, con tutto il cuore” è l’appello Santo di un Padre che lascia il soglio petrino perché la Chiesa possa ritrovare se stessa nella pienezza dell’amore in Cristo. Del resto, dopo un lunghissimo e oltremodo pagano Martedì Grasso, non poteva che seguire la Quaresima. Chi ha forte la fede sa anche che dopo arriva la Pasqua, la Resurrezione. È questa la speranza con cui Benedetto XVI ha voluto invitarci alla conversione, a ritrovare la strada dopo lo smarrimento.

La speranza della Pasqua per la Chiesa

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