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Pubblichiamo un articolo del giornalista, scrittore e conduttore tv Federico Guiglia pubblicato sulla Gazzetta di Parma, quotidiano diretto da Giuliano Molossi.

Parla sempre e parla tanto. Ma ogni volta che Matteo Renzi apre bocca in tv – o si racconta per iscritto, come ha fatto col libro appena uscito -, le sue parole colpiscono. Non già per la profondità del pensiero o le novità delle riflessioni che pur non mancano in un “ragazzo” – tale appare -, di trentotto anni. Le parole colpiscono per il buonsenso che emanano. Per quell’elementare virtù nel dire pane al pane, così rara in politica e così distante dal linguaggio usato apposta per non essere compresi da chi frequenta il Palazzo.

Con il verbo che l’ha reso famoso (“rottamare”), il sindaco di Firenze ha ottenuto una prima e fino a ieri impensabile svolta generazionale. Sarà un caso, ma oggi abbiamo il governo più giovane della Repubblica, guidato da un presidente del Consiglio di quarantasei anni in una legislatura col maggior numero di donne e di matricole dal dopoguerra. Renzi ha posto una grande questione che era percepita da tutti, fuorché dai partiti, e l’ha, come si dice, “portata a casa”.
Eppure, con la generosità di chi se lo può permettere, adesso riconosce d’aver sbagliato a usare l’espressione del rottamare, “perché ho impaurito, in una comunità come quella italiana dove il 70 per cento della popolazione è sopra i quarant’anni”.

Riconosce il torto semantico della sua ragione e continua a ripetere, lui che è diventato il politico più popolare d’Italia, di voler arrivare a palazzo Chigi soltanto col voto dei cittadini. Chi ha perso le “blindate” primarie con Pierluigi Bersani, vero sconfitto del partito e della partita, rifiuta le scorciatoie della politica manovriera.
Rottamare per cambiare, e governare solo se eletti. Ma la terza cosa che pone Renzi lontano dai partiti e vicino al pubblico sentire, è l’approccio sui temi economici e riformatori all’ordine del giorno.

Per esempio la legge elettorale e il suo imponente e impotente dibattito tra modelli francese, inglese, tedesco con la Cassazione che chiede alla Corte Costituzionale di intervenire. E la Corte che chiede al Parlamento di intervenire. E il Parlamento che chiede all’esecutivo di intervenire, e intanto nulla cambia. Renzi, al contrario, dice: prendiamo il modello elettorale efficace da vent’anni – l’elezione diretta del sindaco – e trasformiamolo in legge nazionale, “così sapremo chi ha vinto e chi ha perso un minuto dopo il voto”. Pragmatismo al posto dell’ideologismo. E se, strada facendo, si arrivasse all’elezione diretta del capo dello Stato? La risposta del Matteo senza paraocchi è questa: che si arrivi.

Il giovanotto non ha il tabù presidenzialista che agita ancora una parte del Pd, cioè del suo partito. E comunque non ne fa una guerra di trincea, non impugna la bandiera da tifoso salottiero del primo, doppio o terzo turno: l’importante – avverte – è che il sistema funzioni.
Se Matteo Renzi non cambierà il suo comportamento in corso d’opera, se il sindaco di Firenze non si monterà la testa sull’onda dei sondaggi e saprà dar prova anche nell’amministrare la sua città di quel che propone per la nazione, si candiderà nei fatti a diventare il leader non di un partito, ma della nuova Italia. L’Italia post-ideologica che verrà dopo l’esecutivo-Letta, e quel che resterà del Pd, e quel che ne sarà del Pdl. L’Italia che dovrà fare i conti col Movimento 5 Stelle.

E anche qui Renzi mostra la differenza. Rispetto ai tanti che nel Pd soffrono del “complesso del Grillo”, e propongono, respinti, ogni genere di intesa, il sindaco di Firenze attacca a testa bassa: “E’ ridicolo, pensano solo a discutere di scontrini e di diarie. E si spaccheranno”. A differenza dei “tentenna” o di chi cerca di coccolarli, ricavandone solo schiaffoni, Matteo Renzi sfida i grillini sul loro terreno, come l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.

Sarà pure verboso e bambinone. Ma con lui la politica è già cambiata.

Così Matteo Renzi sfida Beppe Grillo

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