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Grazie all’autorizzazione dell’editore e dell’autore, pubblichiamo un estratto dell’editoriale del Prof. Mario Morcellini, direttore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale alla Sapienza Università di Roma, apparso sulla rivista Federalismi.

L’abbreviazione della campagna elettorale determinata ancora una volta dall’interruzione traumatica della legislatura aumenta simmetricamente l’incidenza della comunicazione. A questo si aggiunge la circostanza che i cambiamenti della politica hanno comunque bisogno di una copertura comunicativa per essere collettivamente percepiti e condivisi. E infine, il combinato disposto tra abbreviazione dei tempi di campagna e di novità rilevanti nel mercato politico ha rilanciato una dimensione che sembrava declinante della politica italiana, che è quella del partito personale . In netto contrasto con la percezione critica che ha giustamente censurato gli eccessi di personalizzazione, lo scenario che si apre in Italia mette al centro più la forza delle persone che la capacità di garanzia di partiti e movimenti politici. Basterebbe pensare al peso semantico che hanno acquisito personalità come Monti, Grillo, Renzi, Vendola, Montezemolo, e ora persino Ingroia. Ma rientra pleno iure nella tematica della personalizzazione, e quasi per definizione, Berlusconi, senza contare che un giacimento comunicativo che ha intrecciato personalizzazione e densità istituzionale è stato rappresentato in questo settennio da Giorgio Napolitano.
Da un lato, senza comunicazione non c’è costituzione di soggetti pubblicamente rilevanti, e dunque le nuove offerte, anche le più innovative, rischiano di finire nell’invisibilità sociale. Dall’altro, la comunicazione, soprattutto televisiva, è davvero una brutta bestia. Non aiuta un ragionamento meditato ; trasforma frasi e citazioni che in altri contesti sarebbero ovvii in incidenti continui – e Monti lo sta imparando a sue spese.

La Rete va in campagna
Il nodo da affrontare riguarda il giudizio sulla natura mobilitante della rete. In altre parole, occorre interrogarci su quanto essa sia in grado di strutturare forme di partecipazione non estemporanea, di andare oltre le fiammate. È possibile che in un appuntamento elettorale estremo come quello di febbraio la rete riscopra la propria importanza stagionale, ma è più difficile pensare che sappia diventare costitutiva rispetto all’identità politica e alla sedimentazione delle issues oltre l’emergenza delle urne. Il comportamento dei naviganti si prospetta comunque significativo anche se non dovesse intercettare le promesse democratiche sopra ricordate: quella di febbraio sarà, infatti, la prima tornata elettorale italiana dalla quale ci si aspetta un utilizzo maturo dei media digitali. Il tradizionale ritardo che separa il nostro paese da altri tecnologicamente più evoluti ha avuto tempo sufficiente per essere recuperato.

La natura linguistica della politica in Rete

La Rete sembra garantire lo straordinario vantaggio di sfuggire la soggezione connessa alla competizione drammaturgica tipica della società dell’immagine e del suo medium principe – la televisione – costituendo così un campo apparentemente più sereno in cui confrontarsi. L’ossessione per la ripetizione delle immagini e il tic di ricorrere a un’ostentata semplificazione (si pensi al discutibile adagio “in una battuta”), a cui ci ha abituato il generalismo, fanno perdere senso alla rappresentazione delle differenti istanze politiche e sociali.A sua volta la rete subisce meno questo stress perché è più capace di diversificare i tempi del racconto e dell’approfondimento. Si tratta di una dimensione non automaticamente connessa alle esperienze di navigazione, che pure possono fermarsi all’estemporaneità del “mi piace” o ai ben noti 140 caratteri di Twitter. Ma è difficile negare che in rete si moltiplicano, soprattutto per gli utenti più competenti, occasioni di analisi meno nervose e impressionistiche. La rete sembra far compagnia all’incertezza; concede il premio dell’approfondimento a quegli utenti che non si accontentano del primo click. Malgrado questi spiragli che fanno intravvedere nuove regole d’ingaggio nella comunicazione politica, occorre domandarci se il tipo di linguaggio della rete costruisca una diversa capacità di approfondimento della politica e dunque una diversa antropologia politica. Un linguaggio che mantenga davvero la promessa di essere meno show, solo talk. Una grande innovazione comunicativa, soprattutto se ci si interroga a cosa serva l’eccesso di divisionismo e i decibel dei talk show. A sua volta, il funzionamento individuale della rete rischia, per assonanza, di costituire l’altra faccia della stessa medaglia, un frutto della stessa incultura della comunicazione politica. Pubblici sempre più smaliziati, esigenti e, per quanto riguarda la politica, diffidenti, esigono altri tipi di formato, un equilibrio diverso tra virtualità e presenza, un soggetto che sappia rispettare il nuovo comandamento non desiderare la comunicazione d’altri (Todi). D’altronde, la scelta, al di fuori della comunicazione generalista, è chiara: inventare una propria narratività o rimanere un’ininfluente politica del desiderabile.

La natura sociale della Rete e delle sue piattaforme più innovative

I network sociali si autodefiniscono come tali, ma sono per molti versi una tautologia sociale. Nella misura in cui ratificano le reti amicali che il soggetto ha, semplicemente amplificate grazie al rimbalzo in rete, non alimentano la socialità, ma la proiezione dell’individuo. È proprio Twitter, il popolare servizio di micro-blogging a destare l’attenzione. Parafrasando Orwell, anche su Twitter ogni utente è uguale ma ce ne sono alcuni più uguali degli altri. Pochi utenti significativi addensano su di loro la maggior parte dell’attenzione e una platea sconfinata di utenti si scambia messaggi su temi meno rilevanti.

Tra Rete e generalismo

Il clima di incertezza in cui viviamo viene estremizzato dai media audiovisivi, che con la rissosità e la scarsa sequenzialità delle loro narrazioni finiscono per aumentare le ragioni per accumulare elementi che allontanino la scelta. La rete, invece, ha un funzionamento più rassicurante del generalismo: nel network l’incertezza può essere attenuata attraverso la rielaborazione dei contenuti politici e delle stesse dichiarazioni (o confessioni) di indecisione, dal confronto con altri. Se il generalismo offre agli individui il Circo Barnum della politica, in rete essi possono operare una sorta di sdrammatizzazione di parole e contenuti. Infine è possibile porre un’ipotesi ancor più radicale: la possibilità che i media aprano a nuove forme di intelligenza sociale, e che quindi la connessione sia un modo di uscire dalla solitudine, una forma di restituzione della vocalità tolta agli individui dalla televisione. Certo, non è ancora possibile assumere che la tv nasce per esaudire bisogni di socialità elementari, e la rete per far fronte a bisogni sociali più sofisticati, così come non sappiamo se le scoperte tecniche e comunicative si rivelano quando lo sviluppo intellettuale e le domande irrisolte del sociale sentono l’impellenza di trovare una strada. Sta di fatto che, una volta raggiunta la pienezza dei tempi, la società sembra non aspettare altro che il medium che le si presenta. Altrimenti non si può  spiegare la presa che la tv ha avuto sulla società, e su quella italiana in particolare. È possibile anche che non abbiamo ancora visto quello che la rete ha da dire, che siamo ancora alla sua protostoria, che la funzione di intrattenimento, di parcheggio della socialità, di prima perlustrazione delle interazioni, siano solo la premessa a qualcosa che ancora non sappiamo definire. Che deve ancora avvenire in termini di approfondimento di posizioni e progetti di vita, perlustrando più sistematicamente la costruzione di una dinamica rete/valori.

Leggi l’editoriale sul sito della rivista Federalismi diretta dal Prof. Beniamino Caravita

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