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L’iniziativa del quotidiano Avvenire di mettere “sotto la lente” i programmi politici è di grandissima importanza. Non si tratta, invero, dell’ennesimo tentativo di tenere sotto schiaffo una politica ormai priva di qualsiasi direttiva culturale e ideale, ma di mostrare il grado di coerenza o di incoerenza, secondo i casi, dei candidati dei diversi schieramenti verso i presupposti cui vorrebbero o intenderebbero riconoscersi e proporsi ai cittadini.

In particolare, l’occasione è data dalla meravigliosa Prolusione tenuta lunedì scorso dal cardinale Angelo Bagnasco alla Cei, nella cui parte finale si fanno alcune osservazioni cruciali, specialmente in questa fase della nostra storia e in questo momento esuberante di promesse elettorali. Il presidente dei vescovi italiani osserva come il riferimento alla famiglia e ai principi della vita personale richiamino un’idea di natura umana intesa correttamente e in senso forte che non ammette deflazioni e infingimenti. Davanti, infatti, a un tema di così vasta portata o si sta di qua o si sta di là.

Quando, ad esempio, parliamo di diritti della persona dobbiamo capire cioè che è molto diverso se partiamo dal presupposto che una natura umana non esista o se, invece, siamo convinti che stiamo facendo riferimento a una forma di vita che ha un suo ordine, iscritto nella natura stessa dell’essere umano, che impone dei doveri alla libertà di ciascuno, essendo anteriore condizione d’essere per la libertà di ciascuno.

Non fingiamo di non capire. Lo spartiacque tra il relativismo e il pensiero democratico è che quest’ultimo pensa i doveri come una premessa per i diritti individuali e per il progresso democratico di una comunità, mentre i primi credono solo nella storica acquisizione progressiva delle libertà individuali senza criteri etici sovrastanti.

Io credo che la prima visione delle cose, quella che si ispira ad una visione antropologica naturale, sia l’unica compatibile con il Cristianesimo, l’unica vera base etica e culturale del cattolicesimo democratico e riformista. Questo avviene in nome di una razionale considerazione della realtà, confermata dalla fede, i cui principi sono non soltanto “non negoziabili” – espressione a dire il vero giusta ma un po’ antipatica – bensì costitutivi in senso pieno e positivo dell’idea di comunità fraterna e di solidarietà cristiana che costituisce il fondamento di una vera democrazia politica.

In questo senso, dunque, la promozione della vita umana, il suo sviluppo, la difesa della naturale distinzione sessuale in maschio e femmina e il riconoscimento del matrimonio come unione di un uomo e di una donna aperta alla vita e irreversibile nel tempo sono dei punti verso cui non può esservi ambiguità e non può esservi titubanza, se si condivide una precisa visione di sviluppo democratico, né libertaria né demagogica.

D’altronde, il problema politico italiano, visibile purtroppo specialmente in questo frangente elettorale e verificabile in ogni lista, è la mancanza di chiari e coerenti riferimenti ideali, i quali impediscono l’organizzazione dei movimenti politici, la creazione di gruppi omogenei, aperti ed estensivi che possano progressivamente diventare forza elettorale e parlamentare stabile e permanente.

E’ inutile, d’altronde, parlare di superamento della crisi italiana se non si va al cuore del problema che è legato alla mancanza di un’azione ideale e culturale che possa, almeno in un caso, organizzare la partecipazione e il consenso.

La politica non è solo scandali e banche, è cultura. E se manca una coerente e profonda visione culturale, si resta schiacciati da interessi prevalenti nella composizione delle liste, cui consegue una presentazione incoerente e contraddittoria dei programmi.

Non nascondiamoci dietro un dito. Non può esservi in democrazia forza senza consenso, e consenso senza idee chiare e distinte. Il 24 e 25 febbraio non si risolverà quasi niente. Anzi, molte contraddizioni esploderanno all’indomani delle elezioni, quali che siano gli equilibri che il popolo sovrano esprimerà nelle urne.

In questo senso, la proposta di Monti rimane una speranza, l’auspicio cioè di un nuovo inizio basato su contenuti e metodi ormai perduti che dovrà però avere il coraggio di credere in un grande progetto di progresso nella libertà e nella solidarietà che solo dopo le elezioni dovrà cominciare. Cominciare, ovviamente, non nelle aule parlamentari e nei giornali, ma prima di tutto nel territorio a contatto con i cittadini, ossia nel cuore comunitario della nazione.

Quale altra specificità può avere altrimenti riferirsi ad un’area politica per tanti decenni maggioritaria come quella riformista?

Bisogna considerare un dato politico sostanziale. Il bipolarismo è nato con la soppressione del centro. E la ripresa ci sarà soltanto con la rinascita del centro. Perché questa area è quella appunto che, in opposizione al Pd e al Pdl, non propone vincolismi senza libertà o libertà disordinate, ma riforme valide e concrete nel quadro democratico e istituzionale di cui il popolo italiano ha bisogno. E tali riforme devono proprio partire dalla riscoperta culturale e cristiana della dignità personale, della famiglia e del benessere di tutti e di ciascuno, cui non soltanto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI ma continuamente anche il cardinale Bagnasco richiama tutti con limpida intelligenza e ammirevole audacia.

Benedetto Ippolito*

(*l’autore è candidato alla Camera in Lombardia nella lista Scelta Civica)

L'incoerenza e il fallimento del bipolarismo

L'iniziativa del quotidiano Avvenire di mettere "sotto la lente" i programmi politici è di grandissima importanza. Non si tratta, invero, dell'ennesimo tentativo di tenere sotto schiaffo una politica ormai priva di qualsiasi direttiva culturale e ideale, ma di mostrare il grado di coerenza o di incoerenza, secondo i casi, dei candidati dei diversi schieramenti verso i presupposti cui vorrebbero o intenderebbero riconoscersi e proporsi ai cittadini. In…

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