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Il premier lussemburghese, Jean-Claude Juncker, nel suo discorso di commiato da presidente dell’Eurogruppo davanti agli europarlamentari della commissione Affari economici e monetari, ieri a Bruxelles, ha illustrato quanto resta ancora da fare per risolvere la crisi dell’Eurozona e farla uscire rafforzata da questi anni interminabili di difficoltà, senza compiacimenti rispetto agli errori, ai ritardi e spesso alla “mediocrità” delle risposte venute finora dalle istituzioni europee, Eurogruppo compreso.

Bisogna, ha detto Juncker, smettere di sottovalutare “l’enorme tragedia della disoccupazione, che ci sta schiacciando” e promuovere i diritti sociali, in particolare il salario minimo garantito in ciascun paese dell’Eurozona, anche per non perdere il sostegno dei lavoratori; si dovrebbe prevedere una “ricompensa” per gli Stati membri che, come il Portogallo o la Grecia, hanno fatto, enormi sacrifici per applicare le politiche d’austerità, risanare le finanze pubbliche e attuare le riforme richieste dall’Europa; e occorre far pagare le conseguenze della crisi anche ai ricchi, e farle pesare meno sulle fasce più deboli della popolazione, ha insistito il presidente uscente dell’Eurogruppo.

Non solo. Nel suo stile, più franco e più ironico che mai, Juncker ha lanciato una serie di avvertimenti impliciti ai cosiddetti “Paesi creditori” (Germania, Olanda, Finlandia, Austria): occorre essere solidali, ha ammonito, e smettere di pensare in modo “arrogante” l’Europa come se fosse divisa fra un Nord virtuoso e un Sud colpevole che dovrebbe “chiedere scusa”. Bisogna attuare l’impegno a finanziare la “ricapitalizzazione diretta” delle banche in crisi tramite l’Esm, il Fondo permanente di salvataggio degli Stati dell’Eurozona, prevedendo che possa avvenire anche retroattivamente, per evitare che “perda di senso”. Va rispettato, infine, e non “omesso” – come alcuni governi sono tentati di fare – un altro doppio impegno preso dai leader dell’Eurozona: la predisposizione di un meccanismo unico di risoluzione delle crisi bancarie e la creazione di un fondo europeo di garanzia per i depositi, che dovranno seguire l’instaurazione, già decisa, dell’autorità unica di sorveglianza bancaria in seno alla Bce.

Il 2012, ha riconosciuto Juncker, è stato certamente “molto migliore” del 2011, i “futurologi anglosassoni” che prevedevano l’uscita della Grecia e il fallimento e l’esplosione dell’Eurozona sono stati smentiti, ma pur pensando che “il peggio è dietro di noi”, il presidente dell’Eurogruppo ha ammonito a non “addolcire l’analisi”, come si sta facendo in certi paesi: “I problemi che abbiamo davanti restano seri, e la loro soluzione richiederà una buona dose di coraggio politico”. Insomma, ha aggiunto, “i tempi restano difficili” e non bisogna dare l’impressione sbagliata alle nostre opinioni pubbliche e ai parlamenti nazionali, perché “i compiti da portare a termine sono molto esigenti”.

Rispondendo agli eurodeputati della sinistra, Juncker ha poi detto di “porsi molte domande sui ritmi di risanamento finanziario applicati a certi paesi dell’Eurozona”, e ha ricordato di far parte della minoranza dell’Eurogruppo che pensa si debba dare un “sistema di ricompensa per i paesi che fanno tutti gli sforzi che abbiamo chiesto”. I paesi che attuano “aggiustamenti strutturali importanti, come nel caso del Portogallo, della Grecia, e dell’Irlanda, ma è vero anche per la Spagna e l’Italia, oggi non ricevono alcuna ricompensa; io penso che bisognerebbe riadattare il meccanismo (previsto dal programma macroeconomico di riforma e consolidamento, ndr) accompagnandolo con certe condizioni finanziarie e di bilancio”.

I governi dell’Eurozona, poi, hanno “sottovalutato l’enorme tragedia della disoccupazione, che alla fine ci schiaccia. Oggi è superiore all’11% e sta aumentando, quando invece avevamo promesso che con l’unione monetaria ci sarebbe stato un aggiustamento degli squilibri sociali positivo per chi lavora”.

Bisogna, dunque, “predisporre in tutti i paesi e a livello europeo delle politiche più attive in termini di mercato del lavoro”, ha sottolineato il presidente dell’Eurogruppo, che ha poi ammesso di “condividere” anche le preoccupazioni espresse sulla “qualità democratica” delle misure di austerità prese su “suggerimento e incitazione” delle istanze presenti nella Troika (Fmi, Banca centrale e Commissione europea) e anche dell’Ocse.

Sulla Grecia, Juncker ha detto di non aver condiviso certe misure “che colpiscono le fasce deboli della popolazione e risparmiano chi è economicamente più favorito”, e in particolare di avere lottato, invano, contro la riduzione del salario sociale minimo. Gli Stati membri, ha sostenuto, dovrebbero incitare le autorità di Atene e collaborare con loro affinché possano “delucidare i trasferimenti di capitali da parte di certi milionari e miliardari greci preso le banche di Londra, Amsterdam, Lussemburgo e Francoforte, anche se i tedeschi – ha osservato ironicamente – fanno come se la questione non li riguardasse”.

Quanto alla sua successione, Juncker – che resta comunque primo ministro lussemburghese e dunque membro del Consiglio europeo – ha confermato che la nomina sarà fatta al prossimo Eurogruppo, il 21 gennaio, perché, ha insistito, quella sarà la sua ultima riunione da presidente. Con un riferimento al fatto che con il suo successore parlerà “una delle lingue del Benelux”, ha poi implicitamente indicato che si tratterà del candidato olandese e attuale ministro delle Finanze, il laburista Jeroen Dijsselbloem, al governo da soli due mesi e poco conosciuto, ma considerato nel suo paese come un buon mediatore. Juncker ha dato implicitamente anche un’altra notizia, quando ha annunciato che sarà una donna a presiedere la nuova autorità di sorveglianza bancaria unica dell’Eurozona, creata in seno alla Bce, e che sarà francese. Dovrebbe trattarsi dell’attuale segretario generale dell’autorità di controllo prudenziale della Banca di Francia, Danièle Nouy.

La lezione finale di Juncker ai Paesi ricchi e alle banche da ricapitalizzare

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