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La sensazionale vicenda della caduta dell’ex capo del Partito comunista cinese a Chongqing, Bo Xilai, tra accuse di corruzione ed assassinio, e quella dell’attivista per i diritti umani Chen Guangcheng, rifugiatosi nell’ambasciata americana di Pechino, sono ben più che affascinanti storie di venalità e coraggio. Se la Cina non riuscirà a liberarsi di migliaia di leader corrotti come Bo, dando potere ai cittadini – quei cittadini che Chen rappresenta – e di tutti coloro che sono stati lasciati indietro o danneggiati dall’impetuoso sviluppo, la sua stessa economia ne risentirà sempre di più. Come le economie delle tigri asiatiche prima di lei, la Cina ha performato benissimo nella fase iniziale della crescita capitalistica, beneficiando dei massicci afflussi di capitale, della manodopera a basso costo, della violazione della proprietà intellettuale e della pianificazione centralizzata.
 
E come molte di quelle economie, la Cina si trova ora in una “trappola da reddito medio”: crescono i salari e le produzioni manifatturiere poco qualificate perdono competitività, mentre le politiche governative, la corruzione endemica e il dominio delle imprese statali stanno soffocando quel tipo di innovazione del settore privato di cui la Cina avrebbe più bisogno per produrre beni e servizi a maggiore valore aggiunto. I leader cinesi lo capiscono, ed è questo il motivo per cui il dodicesimo piano quinquennale invoca un’apertura graduale dell’economia.
 
Contemporaneamente, un think tank governativo ha collaborato con la Banca mondiale per redigere “China 2030”, un report che sottolinea la necessità di riforme strutturali per rafforzare le basi dell’economia di mercato del Paese e per creare un clima favorevole all’apertura e all’innovazione. Ma se l’imperativo nazionale cinese oggi sono le riforme, la maggiore minaccia è rappresentata dall’influenza massiccia e dalla corruzione istituzionalizzata delle élites nazionali. Per anni, alti funzionari cinesi (e le loro famiglie) hanno intascato una parte dei grandi investimenti realizzati nel Paese. Sono divenuti miliardari sfruttando gli stretti intrecci tra affari e politica e i loro collegamenti personali con le imprese statali.
 
L’aumento della disuguaglianza che ne è risultato è stato esasperato dai controlli sui flussi di capitale e dall’imposizione di bassi tassi di interesse sui risparmi. In mancanza di alternative, la gente comune ha depositato i risparmi in banche che hanno poi prestato denaro ai privilegiati per finanziare imprese statali o investimenti ad alto rendimento nel settore immobiliare. È un sistema che ha funzionato per stimolare crescita economica e profitti finanziari nella prima fase della crescita cinese post-riforme. Ma nell’ultimo decennio si sono stabilizzati i redditi della gente comune, i cui interessi sono stati trascurati, mentre il capitale è stato male allocato, e gravi problemi sul fronte sociale ed ambientale sono emersi.
 
Ora quelli che maggiormente hanno beneficiato dell’attuale sistema stanno impedendo riforme sempre più urgenti. Per esempio, anni di incentivi sbagliati hanno portato alla costruzione di un numero eccessivo di aree residenziali di lusso, con il probabile risultato di produrre una caduta drammatica dei prezzi. E anche se il governo sta cercando di raffreddare il mercato, le autorità non possono prendere misure più aggressive, che pure sarebbero necessarie, perché i funzionari e le altre élites cinesi sono profondamente invischiate nel boom immobiliare, in cui tra l’altro risiede gran parte del collaterale delle banche statali.
 
Allo stesso modo, anche se è chiaro che le imprese statali stanno soffocando lo sviluppo economico cinese, la loro riforma comporterebbe uno scontro con alcuni dei principali poteri forti, nel business e nella politica. È questo il motivo per cui il governo cinese si è destreggiato con tanta difficoltà sul caso Bo. Un conto è riconoscere che quest’ultimo ha perso una battaglia politica interna, e forse ha passato il segno con l’uccisione dell’imprenditore inglese Neil Heywood (di cui è accusata la moglie). Un altro conto è metterlo alla berlina, come sta facendo il governo: in questo caso, si tratta di un’arma a doppio taglio. Le autorità devono perseguirlo con decisione per giustificare la purga di qualcuno che fino a poco tempo fa era oggetto di encomi.
 
D’altronde, molte delle accuse rivolte a Bo potrebbero essere girate alla gran parte degli alti funzionari cinesi che, come Bo, hanno ammassato fortune miliardarie per sé e per la propria famiglia. Mettendo in luce i misfatti di Bo, il partito sta cercando di avocare a sé la capacità e la responsabilità per la lotta alla corruzione politica. Ma dato che coloro che per tanto tempo hanno beneficiato del sistema corrente difficilmente si impegneranno a migliorarlo, l’unica alternativa per generare riforme è dare più voce alla gente comune – persone come Chen e quelli cui Chen dà voce. La persecuzione di Chen – che aveva dato voce ai contadini vittime di abusi di potere – segue lo stesso schema usato per silenziare i genitori che, dopo il terremoto del 2008 in Sichuan, protestarono contro i pessimi criteri usati per la ricostruzione delle scuole, e per fermare gli ambientalisti oppositori della Diga delle Tre Gole.
 
Se la Cina vuole davvero perseguire le riforme, avrà bisogno di interi eserciti di persone come queste, persone che combattono per i loro ideali e per controbilanciare lo strapotere politico esercitato da piccole élites privilegiate.
Il processo di riforme avviato dalla Cina potrà aver successo solo se spinto dall’alto verso il basso. Nel frattempo il Partito comunista cinese deve trovare il modo per liberarsi dei suoi vari Bo. Invece di minacciare uomini come Chen, il partito dovrebbe dare loro riconoscimenti e sostegno. Sono passi non facili, ma imprescindibili per il futuro della stessa economia cinese.
 
© Project Syndicate 2012. Traduzione di Marco Andrea Ciaccia
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