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Nel campionario delle idee suggestive del decennio passato  dovremmo trovare un posto d’onore ai Bric, i fantastici 4.

Si era agli inizi del nuovo secolo quando un economista, Jim O’ Neill, finito poi a fare ricerca alla Goldman Sachs, profetizzò che i quattro fantastici Bric, ossai Brasile, Russia, India e Cina, si candidavano decisamente a diventare il motore della crescita globale. Addirittura il loro Pil, da lì al 2050, avrebbe superato quello delle economia sviluppate.

A distanza di una decina d’anni è un buon esercizio intellettuale dare corso alla fantasia di O’Neill, andando a vedere un po’ di numeri, anche perché nel frattempo i Bric (insieme ai Piigs, ma questa è un’altra storia), sono diventati uno dei luoghi comuni più ricorrenti nella letteratura economica, e non solo per i giornalisti. La Banca d’Italia, per dirne una, dedica ormai dal 2006 un capitolo fisso della sua corposa relazione annuale ai Bric, definiti pudicamente “le principali economie emergenti”.

Prima di esaminarli, è utile una premessa. Nel 2001, quando O’Neill scrisse il famoso studio, si usciva da una sbornia durata quasi un decennio durante il quale l’economia americana era cresciuta come mai nella sua storia, in presenza di inflazione bassa e conti pubblici in avanzo primario. La locomotiva Usa sembrava inarrestabile, meglio persino del Giappone degli anni ’80 (che intanto si era impantanato nella deflazione). Senonché persino un ciclo decennale prima o poi si inverte. Lo scoppio della bolla di Internet, fra il 2000 e il 2001 fece frenare gli Usa. Si pose la domanda da un milione di dollari: chi trainerà l’economia nei prossimi decenni?

Ed ecco spuntare all’orizzonte i fantastici 4. Fattori demografici, uniti ad alcuni dati macroeconomici, fecero preconizzare al nostro bravo economista che il tramonto dell’Occidente economico fosse ormai alle porte. Non subito, certo: da lì a un quarantennio. Però intanto chi aveva buoni orecchi poteva intendere, e magari fare una capatina in quei mercati, sia azionari che obbligazionari. Di sicuro c’era da guadagnarci a investire in Paesi, come il Brasile, reduce da un decennio terribile (gli anni ’90) fatto di crisi valutarie e prestiti internazionali, esattamente come la Russia (in default nel ’98), quindi con notevoli spread da lucrare, mentre Cina e India crescevano da tempo impetuosamente (grazie alla straordinaria domanda privata americana). Infatti molti ci guadagnarono e continuano a guadagnarci.

Fino al 2007 la cavalcata dei Bric, in effetti, prosegue senza riposo. Alla crescita debole delle aree avanzate, fa da contraltare quella dei fantastici 4. Negli Usa, nel 2007, il Pil cresce solo del 2,2%? Niente paura, la Cina è cresciuta dell11,9, l’India del 9,2, Brasile e Russia del 5,4 e dell8,1. Ma poiché le percentuali dicono solo una parte della verità, è utile ricordare che che il 2,2% di crescita americana del 2007 (circa 300 mld a prezzi correnti a fronte di un Pil di oltre 12.600 mld) corrisponde al 10% del Pil cinese dello stesso anno (sempre a prezzi correnti). 

Quando si magnifica delle cavalcate del Pil dei Bric, infatti, bisognerebbe sempre ricordare il punto di partenza. A fine 2010 (prezzi correnti) i quattro Bric insieme producevano un Pil di circa 9.200 miliardi, circa due terzi dei 12.500 del Pil Usa.

Senza dubbio la loro crescita è stata notevole. Basta considerare che nel 2000, sempre a prezzi correnti, il totale del loro Pil era di 2.142 miliardi, meno di un quarto degli 8.800 miliardi di Pil Usa. Ma tale crescita è stata accompagnata da alta inflazione e basata in larghissima parte sulle esportazioni, manifatturiere e di servizi per Cina e India, di prodotti petroliferi e metallici o agricoli, per Russia e Brasile.

Quindi, sebbene la domanda interna abbia iniziato a giocare un ruolo nei quattro Bric, e con essa gli investimenti, si tratta ancora di economie profondamente legate al ciclo economico estero, come d’altronde dimostrano il grande accumulo di riserve valutarie e l’afflusso di capitale estero. Nel 2007, per dirne una, il Brasile fu costretto a mettere un’imposta sugli investimenti esteri in titoli di stato, visto che aveva tassi di sconto all’11,75% ed era diventato il paradiso del carry trade.

Se ne ha la prova leggendo i dati del 2008. Le avvisaglie della crisi finanziaria americana del 2007 fanno rallentare tutti e quattro i Bric. L’export cala, mentre i mercati interni sono alle prese con la classica inflazione da domanda, che in Cina arriva al 6%, in India all’8,3, in Brasile al 5,7, in Russia al 14,1%. Tutti in notevole aumento. Per di più peggiorano i saldi di conto corrente della bilancia commerciale e anche i saldi di bilancio pubblico. Tanto che la Cina, per compensare il calo della domanda estera, decide di varare un piano di stimolo (come i giapponesi di oggi) e di allentare il credito.

Nel 2009 l’interscambio commerciale dei Bric, ossia la somma algebrica fra export e import, diventa addirittura negativo per la prima volta dal ’95. Merito degli incentivi pubblici che hanno fatto salire i consumi interni e gli investimenti. Ma anche i debiti pubblici. In Cina il deficit pubblico è arrivato al 3% del Pil dopo anni di pareggi. In India l’inflazione arriva a un picco del 16%, sospinta dalla speculazione sui prezzi agricoli, e il disavanzi pubblico ha superato il 10,5% del Pil. In Brasile è entrato addirittura in recessione (-0,2). La Russia ancora peggio: sprofonda del 7,9%.

I dati del 2010 vedono la ripresa della crescita, ma India e Brasile mantengono un deficit del conto corrente e tutti e quattro i Bric deficit pubblici. E tutti quattro sono alle prese con l’inflazione. La Cina con quotazioni crescenti del mercato immobiliare, l’India con quelle dei beni agricoli (ma quelli del gasolio rimangono amministrati), il Brasile con l’eccedenza dell’import sull’export che constringe la banca centrale a portare i tassi al 12%. In Russia l’inflazione quasi raddoppia (dal 5,5% al 9,6%).

Nel 2011 in Cina l’export rallenta e accelera l’import, con la conseguenza che il contributo alle esportazione sul Pil diventa negativo (-0,5 punti). Era già successo nel 2009. I prodotto interno rallenta in tutti e quattro i Bric, marcatamente in Brasile (dal 7,5 al 2,7%), meno negli altri. L’inflazione continua a crescere (salvo in India, dove cala dal 12 all’8,6%), calano i saldi di conto corrente (negativi quelli di India e Brasile) e migliorano i disavanzi pubblici.

I problemi di fondo non non mutati: la Cina ha poca domanda interna, la Russia dipende troppo dall’export di beni energetici, L’India ha una debolezza strutturale di bilancio pubblico, il Brasile è volatile. Sono davvero loro il futuro dell’economia mondiale?

Letto a ritroso lo studio di O’Neill strappa qualche sorriso. Ma non bisogna essere ingenerosi. Coniando l’acronimo dei Bric il capo economista di GS ha messo in vetrina i fantastici 4, e di sicuro ha giovato loro assai più di quanto li abbia danneggiati.

Oggi si può dire che si tratta di 4 fantastici Bric, à brac.

 

I fantastici 4 Bric (à brac)

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