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Gli anni 90 erano gli anni dei Master, degli MBA. Corsi molto cari da sostenere economicamente venivano promossi facendo intravedere mirabolanti accelerazioni di carriera. Change your career! Accelerate your career! Questi i claims che raccontavano ai giovani un sogno. E lo perpetuavano durante le ore di veglia nelle aule di università, delle scuole di amministrazione aziendali, simulando business game e riunioni di Cda cui spesso nessun allievo avrebbe poi partecipato nel corso della sua attività professionale e lavorativa.
 
Era un sogno di un futuro rampante alla direzione di business unit di compagnie multinazionali, alla direzione commerciale e marketing di rami d’aziende pronte a fare il salto. Solo che, solo pochi anni dopo, il risveglio presentò il conto di una realtà molto diversa, quella sopravvissuta alla bolla delle dot com del 2000. E tanti di quei giovani finirono con il doversi accontentare di posizioni di ripiego. A riciclarsi. Una condizione, quella del riciclarsi, che oggi sarebbe già un sogno per giovani che sono, a mala pena, alla ricerca di una prospettiva e che devono accontentarsi di sperare.
 
Il programma Restart Italia parla di giovani, di innovazione e di start-up un termine che sta diventando troppo di moda. Leggendo le azioni principali che il programma governativo contiene a favore di giovani e innovazione viene naturale fare qualche considerazione:
1. non si può pensare che la soluzione del problema della disoccupazione giovanile possa essere risolto con un programma che incentiva l’imprenditoria giovanile.
2. non è vero in generale che un giovane imprenditore sia uno start upper tecnologico.
 
C’è un problema culturale nel nostro Paese, certamente. I giovani d’oggi sono figli di coppie di impiegati che hanno un posto fisso da venti o trent’anni o di pensionati. Hanno sempre vissuto nell’idea di potere un giorno trovare un impiego nelle forme analoghe a quelle dei loro genitori. E’ ovvio che questa cultura non è più attuale e che bisogna correggerla. La soluzione non può però essere quella di sostituire dieci milioni di impiegati con dieci milioni di imprenditori. Anche se immagino la salivazione di commercialisti e notai.
 
Le misure a sostegno delle start-up, definite come quelle aziende ad alto contenuto di conoscenza che hanno meno di 48 mesi, votate alla ricerca e sviluppo che investono in contratti di ricerca verso le Università gran parte delle loro risorse, non sembrano a nostro avviso i mezzi finalizzati all’obiettivo politico di ridurre il numero di giovani inoccupati. Infatti queste misure, che certamente sostengono quella parte di giovani neo laureati che hanno mantenuto stretti contatti con il mondo accademico, finiscono col favorire prevalentemente l’Università.
 
Volendo spalmare sul ragionamento un po’ di malizia, ci si potrebbe vedere pure un bel conflitto di interessi data la massiccia presenza di tanti professori al governo. Malizia a parte, alcuni interrogativi possono aiutare a riflettere. Ad esempio quali sono gli strumenti a favore dei giovani che non proseguono gli studi dopo la scuola media superiore? E poi, le aziende manifatturiere, quelle del cosiddetto made in Italy, dove possono reperire tecnici specializzati? Quali sono le misure per favorire la formazione di giovani nelle arti e mestieri?
 
Un industriale della cintura piemontese che è tornato a crescere grazie all’identificazione di nicchie di mercato all’estero per prodotti di meccanica di precisione mi dice: “Noi qui siamo in 70. Siamo 5 ingegneri e 65 operai. Di ingegneri l’anno prossimo non abbiamo bisogno, ma avremmo bisogno di altri 15 operai specializzati. Giovani che vogliono usare il tornio e le frese non ce ne sono. Vogliono fare tutti i caddisti. Ma noi non vendiamo disegni! I pezzi qualcuno deve continuare a costruirli!”.
 
Ecco.
C’è poi tutto il mondo del commercio e della creatività. In Sicilia, nelle remote pieghe dei monti iblei un gruppo di giovani ha fondato una società che non ricade nella definizione di start-up, nei termini del programma Restart Italia. Produce maglie brandizzate con i motti, frizzi e lazzi della cultura popolare siciliana, conta una decina di punti vendita nell’isola e che ne sta per aprire un certo numero nel resto d’Italia e all’estero. Una società che crea posti di lavoro e salvaguarda con estro, simpatia e modernità l’identità della regione. Si chiama Siculamente e i soci, quando hanno fondato la società, non sapevano neanche cos’era il capitale di rischio e non avevano mai visto come fosse fatto un commercialista. Il legame con l’università è venuto quando un prof. di marketing di Catania li ha contattati per raccontare ai suoi allievi questo caso brillante di business tutto basato sulla comunicazione. A riprova che le buone idee non nascono sempre nei campus. Anzi.
 
Per favorire l’occupazione, e in particolare quella giovanile, il governo dovrebbe fare dei passi indietro e non avanti. Bisogna ridurre i costi del lavoro e lasciare al mercato, nella sua libertà di cogliere le opportunità, il compito di raggiungere un equilibrio con un numero maggiore di giovani occupati. In questo senso le misure del governo non sono sufficienti in quanto defiscalizzano il capitale che un’azienda investe in una start-up ma non favoriscono l’assunzione di nuovo personale. Peraltro defiscalizzare il capitale investito rischia di favorire distorsioni. Ad esempio l’azienda che investe nella start-up lo fa solo per scopi finanziari senza una visione a lungo termine.
 
Il vero grosso nodo da sciogliere per favorire l’imprenditorialità giovanile è l’accesso al credito. Se oggi un giovane vuole fondare una società e va in banca per prelevare capitale di rischio la banca va in tilt perché può finanziare solo aziende che hanno una storia. Dei libri contabili da presentare.
Lo strumento più flessibile che hanno è il mutuo ipotecario. Cioè ti finanzio l’impresa come fosse il mutuo per comprare casa. Beninteso ci vuole la casa dei genitori come garanzia. Ecco.
 
L’attitudine a intraprendere è una propensione innata e non si può ricreare in laboratorio. Quello che si può creare con delle misure governative è un contesto business friendly. Tempi della burocrazia, tempi della giustizia ecc. E in questo senso la riforma della srl va nella direzione giusta.
Non servono giovani imprenditori ma imprenditori che investano sui giovani. I giovani devono poter avere la possibilità di vivere in un paese fondato sulla legalità e sull’estetica. Che favorisca le arti creative perché un contesto che sa amare il bello favorisce nelle menti di liberi pensatori o scienziati la fantasia, la capacità di vedere quello che non esiste ancora.
 
Ci risiamo: serve molta politica e meno tecnica.

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