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In aprile, durante le amministrative, il “gattopardo” democratico Ichiro Ozawa mise il suo onore su un piatto. Nonostante la vittoria di misura degli ultraconservatori capeggiati da Shinzo Abe, Ozawa dichiarò di giocarsi la faccia (e quindi la poltrona di presidente del maggiore partito d’opposizione giapponese, il Partito democratico, Minshuto) sulle elezioni alla Camera alta di 242 senatori. Pesano ancora più oggi le sue parole giudicate sfrontate solo qualche mese fa. Eppure, Ozawa aveva fiutato nell’aria la tempesta che si sarebbe abbattuta sul partito conservatore di Abe, che in soli dieci mesi di governo è riuscito a collezionare un rosario di gaffes e a scivolare rovinosamente verso il basso nei sondaggi. Lo sapeva il gattopardo di 65 anni, ma praticamente un ragazzo se guardiamo alla media d’età della classe dirigente nipponica, e comunque l’esito elettorale al senato ha emozionato anche i cuori più duri, come ad esempio quello del segretario del Pd, Yukio Hatoyama, anche lui un “giovane” di 60 anni, che è apparso visibilmente scosso durante la prima press-conference da vincitore. 137 seggi all’opposizione, 105 seggi all’LDP. Perché questa vittoria non è solo simbolica ma è anche – e soprattutto – significativa? Perché ad Hatoyama tremava impercettibilmente la voce, pur essendo un navigato samurai della politica da generazioni? Presto detto. Il motivo di tutta questa emozione sta nella prima, vera vittoria del Partito democratico giapponese, dopo dieci lunghissimi anni di attesa. Le elezioni vinte nel 1998 portarono, infatti, al governo una maggioranza di centrosinistra tutt’altro che coesa e votata sulla scia di una profonda rabbia dell’elettorato nei confronti della classe politica ultraconservatrice che si era macchiata di gravissimi reati di corruzione. In realtà, quella compagine politica non era allora ancora in grado di governare. Profondamente litigiosa, cercava di unire i liberali con i socialisti e di resistere agli attacchi della sinistra massimalista, sempre pronta ad andare contro ogni scelta governativa, sia che provenisse dall’estrema destra, sia che fosse messa in pratica da una sinistra moderata, un po’ come qui da noi in sostanza. Quando l’LDP, il partito di Junichiro Koizumi, si alleò con il Nuovo Komeito (di ispirazione buddhista), i giochi si chiusero e la sinistra dovette ripiegare nuovamente sulla “nuova cosa” che si stava formando, il Partito democratico, con l’obiettivo di diventare la prima forza di opposizione del paese e quindi avere la possibilità un giorno di governare. Ci hanno sul serio creduto e hanno avuto ragione. Un manipolo di funzionari e burocrati si è messo insieme a giovani professionisti. I candidati del Minshuto hanno fatto campagna per le strade, nei mercati, nei porti e non nelle hall degli alberghi più eleganti del Paese. Hanno proposto, in questa lunga corsa che si è conclusa con la prima tappa vittoriosa delle elezioni al Senato, un programma semplice, trasparente, basato sulle intuizioni riformiste di professori ed economisti. Tutti uniti dall’idea che si potesse creare qualcosa di sostanzialmente nuovo, anche in un paese da sempre legato a valori fortemente conservatori. Ecco, quindi, spiccare le posizioni rigorose del segretario Hatoyama che si dichiara “amico degli Usa” e, allo stesso tempo, sostiene con forza l’avvicinamento diplomatico del Giappone all’Unione europea, con la quale – dice Hatoyama – “noi giapponesi abbiamo molto più in comune che non con gli amici americani”. E ancora, una visione della politica estera non più sbilanciata oltre l’Atlantico, ma attenta al popoloso contesto asiatico, vero risiko da dove il Giappone – che è già la seconda potenza economica del mondo – potrebbe riuscire a trarre la volata per sottrarre lo scettro proprio agli Usa. Ancora; un sistema liberale veramente riformato, in cui si parli ai cittadini e non ad una massa informe governata da funzionari anziani e mediocri. Questo sono andati ripetendo gli uomini del Minshuto in questi dieci anni. Sempre con stile, senza scadere nella diatriba da pollaio e, soprattutto, hanno continuato a lavorare nonostante la presenza di Koizumi impedisse – di fatto – qualsiasi possibilità di prendere il potere. Ma il Partito democratico ha continuato a costruire il proprio consenso, fino ad arrivare al rilancio pokeristico di Ozawa lo scorso aprile. Molti hanno pensato barasse. Ha vinto lui. Abe sconfitto non si dimette, ma presto verrà archiviato dal suo stesso partito. Ora il clima è chiaramente incerto, ma il Pd giapponese non ha solo vinto al senato, ha messo basi solide per un governo prossimo venturo. E’ davvero incredibile come le vicende italiane si intreccino con quelle giapponesi. A cominciare dalle date, e proseguendo con i vari scossoni politici. Il processo che ha portato alla vittoria del Partito democratico giapponese è cominciato dieci anni fa e si è sempre basato su un dialogo attento tra le parti. Sin da subito ha meritocraticamente aperto le porte alla parte migliore della società civile e si è costruito sì sulla strategia, ma anche sull’antica passione per la politica stessa. Sembra essere un monito e un augurio per il Pd italiano. Il monito è seguire la strada della trasparenza e del confronto, l’augurio è scritto nei risultati di domenica scorsa.

Il Riformista, 31 luglio del 2007

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