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Fanghi, rifiuti tossici, amianto, oli combustibili. Per sporcare la grande bellezza del nostro territorio ci sono voluti anni di incuria e mala gestione, da parte dei soggetti più diversi, pubblici e privati. Secondo i dati del ministero per l’Ambiente e della Sicurezza Energetica, sono 42 i SIN, Siti di Interesse Nazionale, e 17 i SIR, Siti di Interesse Regionale, ovvero le aree inquinate o compromesse su cui si rendono necessarie operazioni di profonda bonifica.

Alcuni esempi: a Brescia il sito della Caffaro, vecchio stabilimento chimico nel cuore della città, ha inquinato terreni e falde acquifere con diossine, arsenico e mercurio;  a Taranto l’area dello stabilimento siderurgico (intorno alla quale hanno operato anche un cementificio e una raffineria) ha subito negli anni gli effetti devastanti dello smaltimento di oli combustibili e fanghi, compromettendo l’ecosistema di Mare Piccolo e delle zone circostanti; a Broni, provincia di Pavia, le attività della ex Fibronit hanno inquinato una zona di grande valore paesaggistico a causa della produzione di amianto; a Bussi sul Tirino, provincia di Pescara, per anni si sono accumulati rifiuti industriali in una discarica abusiva che è stata utilizzata per anni, anche a ridosso dello stesso fiume Pescara.

Parliamo di 170.000 ettari totali di territorio: in pratica, un’area più grande della città metropolitana di Milano. Recuperare aree contaminate o compromesse è un’operazione che sta impegnando sempre di più risorse dal settore pubblico e da parte delle aziende. La compatibilità ambientale e la prevenzione idrogeologica sono diventati valori che entrano nei bilanci di sostenibilità e che segnano il business di un’impresa.

Gli attori che intervengono nel recupero dei siti inquinati sono diversi: società specializzate nei servizi ambientali, enti preposti ai controlli come l’ARPA e le istituzioni locali, regionali e nazionali.

“L’aumento su scala mondiale dei fattori e degli eventi inquinanti sta lentamente producendo una nuova coscienza sociale, che integra il vecchio concetto di benessere con l’imperativo etico della tutela dell’ecosfera”, sostiene il professor Antonio Marcomini, docente di chimica ambientale all’Università Ca’ Foscari di Venezia. “Il risanamento dell’ambiente è una delle vie maestre per affrontare l’urgente transizione tracciata dal Green Deal europeo: progetti in linea con i nuovi orientamenti normativi e di sviluppo, con le tecnologie più vantaggiose dal punto di vista economico e ambientale, proprio nelle fasi del risanamento dei siti contaminati”, aggiunge Marcomini.

Tra i gruppi leader negli interventi di risanamento, Greenthesis opera in Italia e all’estero e gestisce l’intero ciclo di bonifica a partire dalla attività preliminari fino alla certificazione finale delle aree: ha all’attivo centinaia di progetti, molti dei quali sviluppati nei Siti di Interesse Nazionale (SIN), 3 milioni di metri quadri di aree bonificate e oltre 2 milioni di tonnellate di suolo contaminato trattato.

Simona Grossi, la Ceo di Greenthesis, spiega che “le bonifiche ambientali sono un tema tanto controverso quanto di primaria importanza. L’attività di recupero non è finalizzata solo a rigenerare un territorio ma anche a migliorare le condizioni economiche e sociali, restituendo alla collettività i siti bonificati”. “Rigenerare un territorio”, insiste Grossi, “implica un lavoro materiale di bonifica e uno di riattivazione delle risorse e delle energie di un territorio. Le bonifiche ambientali chiamano in causa la vocazione e l’idea di sviluppo delle comunità, e rimettono in gioco la ricerca di un equilibrio tra conservazione e sviluppo, tra ambiente naturale e paesaggio produttivo e di fatto sollecitano quotidianamente, in tutti i territori su cui operiamo, la nostra responsabilità sociale d’impresa”.

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