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Il concetto del diritto di avere diritti, di rodotiana memoria, ha sicuramente ispirato le politiche italiane sulla connettività negli ultimi anni. Se pensiamo che in Italia i prezzi del traffico dati sono i più bassi nello scenario globale è evidente che la connettività sia trattata alla stregua di un diritto sociale, al pari della sanità o la previdenza. E lo ha confermato anche il terzo rapporto sul valore della connettività in Italia, realizzato da Censis e Wind Tre e presentato ieri nella sede di Civita, alla presenza, tra gli altri, di Roberto Basso, direttore delle relazioni esterne e sostenibilità di Wind Tre, e Giorgio De Rita, segretario generale del Censis.

Confrontando il costo medio di un gigabyte di traffico dati su rete mobile nel mondo, infatti, nel 2022 l’Italia presenta, insieme a Israele, il valore più basso. Tutti i paesi comparabili al nostro presentano prezzi più elevati. Il costo medio di un gigabyte di traffico dati su rete mobile in Italia è inferiore del 47,3% rispetto alla Francia, dell’80,0% rispetto alla Spagna, del 95,5% rispetto alla Germania, del 97,9% rispetto agli Stati Uniti. Tra il 2019 e il 2022 in Italia il costo medio di un gigabyte di traffico dati su rete mobile si è ridotto del 93,0%, in Francia dell’81,3%, in Germania del 61,7%, negli Stati Uniti del 32,6%, mentre in Spagna è aumentato del 7,0%. Un costo medio del traffico dati su rete mobile così basso nel nostro Paese ha di fatto consentito una maggiore inclusione sociale mediante l’accesso a internet. Nel periodo 2015-2022 l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) in Italia è aumentato del 14,2%, mentre quello relativo alle telecomunicazioni è diminuito del 22,8%. Nel 2022, un anno caratterizzato da alta inflazione, i prezzi generali al consumo sono aumentati dell’8,7% rispetto all’anno precedente, mentre l’indice dei prezzi delle telecomunicazioni è diminuito del 3,3%.

Dal punto di vista sociale è una conquista, ma per gli operatori si tratta di un limite ai margini di profitto per i loro investimenti in Italia. E Roberto Basso ha puntualizzato: “Negli ultimi cinque anni il settore in Italia ha investito sette miliardi e mezzo. Adesso si parla molto di un intervento pubblico nel campo delle telecomunicazioni attraverso il Pnrr, ma che comunque sarebbe equivalente a sei miliardi di euro nei prossimi cinque anni. Sono cifre non vicine all’impegno dei privati, per questo la nostra capacità di investimento deve essere preservata”. E non è un caso se gli operatori chiedono da tempo alla politica alcuni interventi, tra cui un’aliquota Iva ridotta per i servizi di comunicazione, un adeguamento dei limiti elettromagnetici agli standard europei, un’incentivazione per il contenimento dei costi dell’energia e il riconoscimento economico da parte dei colossi del web, le cosiddette tech company, dei servizi di comunicazione di cui usufruiscono (connessioni, sviluppo e manutenzione delle reti).

Un aspetto su cui lavorare per quanto riguarda la connettività è la sicurezza. Il 94,7% degli italiani, infatti, associa a internet alcuni rischi da cui difendersi. Il pericolo principale, indicato dal 46,2%, è la possibilità di cadere vittima di crimini informatici durante le proprie attività quotidiane online, come l’utilizzo del conto corrente bancario o l’e-commerce. Il 22,2% è preoccupato dal libero accesso al web dei minori, il 14,2% teme l’azione degli haters, il 12,1% avverte un rischio per la salute mentale, cioè l’insorgere di una dipendenza dai dispositivi digitali. Una conferma indiretta degli elevati rischi per i minori che navigano nel web proviene dai dati relativi all’azione delle Forze dell’ordine: nel 2022 sono stati 2.622 i siti web illegali oscurati perché contenenti immagini di violenze su bambini, 1.466 persone sono state indagate per reati di pedopornografia e 128 minori sono stati indagati per casi di cyberbullismo. Nel periodo più recente gennaio-marzo 2023 sono state indagate per pedopornografia 299 persone.

Infine le grandi sfide, prima tra tutte quella dell’intelligenza artificiale. Secondo il rapporto Censis Wind Tre oggi il giudizio degli italiani sull’IA resta molto cauto. Il 46,3% dei cittadini la considera una opportunità, il 37,6% una minaccia, il 16,1% non sa che cosa pensare. I giudizi sugli impatti dell’IA sono più positivi tra i giovani (il 55,3% la considera una opportunità) e tra i laureati (59,2%). Il 61,6% degli italiani auspica per il momento una sorta di moratoria: ritiene opportuno bloccare, almeno per un periodo, le ricerche sull’IA per concordare le regole in grado di evitare eventuali problemi relativi alla gestione dei dati e alla generazione di notizie false. Tra i più cauti, figurano soprattutto gli anziani (83,1%), le persone in possesso di bassi titoli di studio (71,4%) e le donne (64,8%). Del resto, l’81,6% degli italiani ritiene urgenti leggi chiare e regolamenti precisi per evitare che lo sviluppo delle tecnologie digitali metta nelle mani sbagliate strumenti molto potenti. Solo l’8,4% è contrario a introdurre regole stringenti e il 10,1% non si è formato una opinione in proposito. Sul rischio apocalittico che l’IA si emancipi dagli umani e inizi a operare in autonomia, gli italiani si dividono: il 38,4% la ritiene una ipotesi plausibile, il 40,1% crede che sia impossibile, il 21,5% non ha una opinione in merito.

Internet, un diritto sociale garantito dagli operatori che però chiedono tutele

Di Alessandro Caruso

Tutti i numeri del terzo rapporto sul valore della connettività in Italia, realizzato da Censis e Wind Tre e presentato nella sede di Civita, alla presenza, tra gli altri, di Roberto Basso, direttore delle relazioni esterne e sostenibilità di Wind Tre, e Giorgio De Rita, segretario generale del Censis

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