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Gli Stati Uniti stanno vivendo uno dei momenti più critici per la propria sicurezza nazionale della loro storia. Si trovano a doversi confrontare con quattro potenze antagoniste alleate tra loro (Russia, Cina, Corea del Nord e Iran), spalmate tra Europa e Asia, con un potere economico, scientifico, tecnologico e militare capace di rivaleggiare con Washington (nel caso della Cina) e in grado di sviluppare in pochi anni un arsenale atomico grande il doppio di quello americano. Una minaccia tremenda, che gli Usa potrebbero non essere in grado di affrontare nel futuro, a netto di un tempestivo cambio di rotta. A lanciare l’allarme è Robert M. Gates, ex segretario alla Difesa degli Stati Uniti durante la presidenza di George W. Bush, nonché ex direttore della Cia.

L’articolo dove Gates espone la sua visione, pubblicato poche settimane fa su Foreign Affairs con il titolo “The Dysfunctional Superpower”, diventa oggi ancora più rilevante. Lo scoppio della crisi israelo-palestinese in seguito all’attacco asimmetrico su larga scala messo in atto da Hamas, mentre il conflitto in Ucraina entra nel suo seicentesimo giorno senza prospettive di una soluzione nel breve periodo, solleva infatti una questione fondamentale per gli Stati Uniti: Washington ha le capacità (e la volontà) di fornire contemporaneamente l’assistenza necessaria ai suoi due alleati, senza essere costretta a fare una scelta obbligata o a optare per un compromesso? Una questione tutt’altro che marginale considerando come essa rappresenti il banco di prova per verificare se la postura globale statunitense sia o meno a rischio overstretching.

L’avvertimento di Gates ha funzionato come spunto per altre riflessioni, diventando parte del dibattito colto suo destino dell’America, e dunque del mondo. Il premio Pulitzer George Will ha pubblicato per esempio un editoriale sul Washington Post in cui inquadra la minaccia evocata dal policymaker statunitense mettendola a confronto con l’azione della classe politica, accusando quest’ultima di essere poco efficace nell’affrontare seriamente uno scenario così pericoloso per la sicurezza nazionale del proprio Paese. Per Will, i politici americani sono troppo centrati sulle proprie convenienze e sul consenso, con evidenti limiti culturali. Il rischio è anche che si fatichi a mettere in moto la macchina burocratica necessaria al corretto ed efficiente funzionamento dell’apparato militare nazionale. Anche perché, secondo l’analisi manca una visione omnicomprensiva del sistema internazionale odierno e della pericolosità intrinseca in esso.

Anche Niall Ferguson, Milbank Family Senior Fellow presso la Hoover Institution dell’università di Stanford e senior faculty fellow del Belfer Center for Science and International Affairs di Harvard, ha ripreso l’allarme di Gates all’interno di un suo articolo pubblicato sul Times. Ferguson, storico di fama mondiale, sposa appieno la tesi proposta da Gates, interpretando l’eruzione delle violenze in Medio Oriente come un episodio all’interno di una più vasta catena di eventi atti a mettere in crisi la supremazia americana nell’ordine internazionale odierno, complici un’Europa con interessi parzialmente divergenti dall’alleato americano e la forte presenza di movimenti populisti attraverso l’intero spettro politico all’interno delle democrazie liberali. Ferguson individua due dinamiche capaci di segnare il destino del futuro sistema internazionale: “Il grado di collusione tra il nuovo ‘Asse del male’ e la portata della determinazione americana. Ci sono ragioni per temere che la prima sia considerevole e la seconda no”.

L’attenzione sollevata dall’articolo di Gates dimostra quanto la questione sia preminente, soprattutto tra gli appartenenti della comunità strategica occidentale. Un proseguimento del dibattito nel foro pubblico potrebbe soltanto giovare al mondo americano (e non solo), in preparazione delle sfide che si stagliano all’orizzonte. Un orizzonte che è molto più vicino di quel che si possa credere.

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