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Il referendum è un istituto di democrazia diretta che il nostro ordinamento  prevede per cogliere obiettivi diversi: c’è quello abrogativo, previsto dall’art.75 della Costituzione per cancellare in tutto o in parte una legge, strumento abbastanza usato (e forse abusato) grazie soprattutto alla prassi politica radicale; c’è il referendum “istituzionale”, di cui quest’anno ricorre l’ottantesimo e che portò gli italiani a preferire la Repubblica alla Monarchia; c’è stato pure un referendum d’indirizzo, nel 1989, per conferire al parlamento europeo il mandato costituente, dichiarando, con l’88% dei sì e l’80 % dei partecipanti al voto la nostra fede europeista; c’è, inoltre, il referendum costituzionale, previsto dall’art.138 della Carta, come quello che si terrà il 22 e 23 marzo, preceduto  nella storia repubblicana da altre quattro consultazioni dello stesso tipo, a partire dal 2001.

Abbiamo anche rischiato, nella stagione del grillismo imperante, di avere persino un referendum propositivo, una specie di concorrente pop delle assemblee parlamentari, subitamente sparito dai radar della politica con il ridimensionamento dei Cinque Stelle. Alla domanda se l’istituto referendario rappresenti ancora uno strumento partecipato di verifica popolare delle leggi approvate dal Parlamento, la risposta non può che essere no. Anche per l’istituto referendario si è registrata la medesima disaffezione nei confronti delle urne che si è riscontrata per il voto politico e amministrativo.

Anche se col referendum abrogativo è andata un po’ meglio nei primissimi anni di applicazione ma solo quando i quesiti interpellavano direttamente questioni etiche comprensibili da tutti (divorzio, aborto) e non affogavano nelle tecnicalità delle inflazionate iniziative radicali. In fondo i referendum previsti dall’art.75 della Costituzione sono storia della prima Repubblica, che crollò proprio sulla spinta dei plebisciti contro le leggi elettorali proporzionali (prova provata dell’irrilevanza del merito nel voto, data la complessità della materia): dal 1997 ad oggi solo quello del 2011 sull’acqua è riuscito a fare quorum.  Nei fatti, allora, più che mezzo a disposizione del popolo, il referendum abrogativo è diventato spesso strumento di conflitto politico nelle mani dei partiti, o di quello che resta di loro.

Ogni convocazione referendaria, e massimamente quella che non richiede il raggiungimento del quorum per proclamare il vincitore- come quella appunto del referendum costituzionale di fine marzo- rappresenta un plebiscito pro o contro il governo. Gli argomenti di merito, in genere intrappolati in complicati tecnicismi difficili da raccontare, sono del tutto trascurati e fanno anche sorridere le facce contrite della politica che si dichiara dispiaciuta del fatto che non si discuta dei contenuti quando i contenuti sono spesso ignoti anche ad essa e si procede allegramente per slogan. Naturalmente non sarà diverso nel voto di fine marzo che, ben lontano dal merito, vede avvantaggiarsi chi è in grado di organizzare la partecipazione alle urne, piuttosto che l’affermarsi di un’opinione.

I sondaggi danno una tendenziale parità, ma sono falsati dall’incognita della partecipazione. È probabile che l’allargamento della platea di chi si reca alle urne possa premiare il governo e viceversa. È altrettanto probabile che una vittoria delle opposizioni possa apparire uno stop all’infinita luna di miele della Meloni con gli elettori. Tuttavia, non ci parrebbe, anche in quest’ultimo caso, di intravvedere l’apertura del precipizio per la maggioranza di governo: i problemi veri hanno un’altra origine che si chiama guerra di Trump con il colpo di frusta su economia e sicurezza.

Resta comunque il tema, non trascurabile, della funzionalità degli istituti di democrazia diretta previsti dalla Costituzione e della necessità di rivitalizzarli. In un tempo in cui la rappresentanza parlamentare continua ad essere rubata agli elettori per consegnarla ai capi bastone dei partiti.

Phisikk du role - La democrazia diretta dei referendum: un plebiscito pro o contro i governi

Gli argomenti di merito, in genere intrappolati in complicati tecnicismi difficili da raccontare, sono del tutto trascurati e fanno anche sorridere le facce contrite della politica che si dichiara dispiaciuta del fatto che non si discuta dei contenuti quando i contenuti sono spesso ignoti anche ad essa e si procede allegramente per slogan. Naturalmente non sarà diverso nel voto di fine marzo che, ben lontano dal merito, vede avvantaggiarsi chi è in grado di organizzare la partecipazione alle urne, piuttosto che l’affermarsi di un’opinione. La rubrica di Pino Pisicchio

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