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Le nomine a tappeto delle varie posizioni giornalistiche e televisive alla Rai hanno fatto riemergere una questione cruciale: quella della “lottizzazione”. La “lottizzazione”, come è noto, è figlia della “partitocrazia”. Pochi ricordano che il concetto e la parola di “partitocrazia” furono coniati negli anni 60 da Giuseppe Maranini, titolare della cattedra di diritto costituzionale, in quell’ottimo brodo di cultura che fu la facoltà di scienze politiche del Cesare Alfieri di Firenze, che annoverò tra gli altri anche uomini di grande cultura e spessore come Giovanni Spadolini, Alberto Predieri e Giovanni Sartori. Ma pochi anni successivi, spuntò il concetto e la parola di “lottizzazione”, coniata da un grande giornalista, direttore e uomo di cultura, che dopo Spadolini, fu anche uno dei migliori ministri dei beni culturali: Alberto Ronchey. Egli mutuò quel concetto dal gergo urbanistico assistendo man mano alla divisione, assegnazione e spartizione di lotti in seno alle cariche pubbliche, da parte di vari partiti, alla luce del peso di ognuno dei partiti di maggioranza di questo o quel momento. Nulla di scandaloso quanto alla lottizzazione praticata con cura nei giorni scorsi per le cariche in seno alla Rai da questa maggioranza di governo. Quella di centrosinistra faceva più o meno lo stesso… Forse la qualità e la dimensione culturale del livello delle nomine è scesa ancora e non mi sembra che la televisione di stato si presenti a questo punto come una sorta di “corazzata della cultura”. Il fatto è purtroppo che non abbiamo per la Rai una governance di tipo indipendente, come avviene invece, sostanzialmente, per la Bbc in Inghilterra. Il pesce puzza dalla testa, nella combinazione partitocrazia-lottizzazione. Basti pensare che l’organo di indirizzo e controllo della Rai di riferimento è la Commissione bicamerale di vigilanza. Un organo di riferimento che è il “cappello” per la divisione in lotti ad opera soprattutto delle componenti di maggioranza, con qualche lotto periferico assegnato al Pd o ai 5 stelle. Conosco da vicino questo modello perché all’età di circa 35 anni ebbi l’occasione di essere consigliere parlamentare addetto alla Commissione di vigilanza. Una esperienza e un osservatorio da cui potevo sapere e capire molto e che mi ha aiutato nel tempo a comprendere man mano le poche virtù e i molti vizi del sostanziale modello di governance della flotta Rai delle sue corazzate, delle sue motovedette e dei suoi non pochi sommergibili. Una flotta quasi sempre mal governata che in più occasioni ha rischiato o rischia di mandare a sbattere qualche naviglio della flotta o di favorire incidenti… Io in quel momento ero favorito perché il livello di cultura e competenza medio della Rai, a fine anni 80 e 90, era molto più elevato. Ricordo , ad esempio, che i due consulenti che la Commissione di vigilanza aveva pescato dalla Rai erano del valore di Jader Iacobelli, inventore delle tribune politiche Rai, e di Albino Longhi, ottimo direttore del Tg1.
La questione è che nessuno si pone il problema di cambiare questa governance, che fa comodo a tutti, perché ad ogni partito fa comodo avere a disposizione qualche “famiglio” o “lottizzato”, in qualche snodo della televisione di Stato. Nessuno si pone, invece, il problema di avere una governance istituzionale di tipo diverso. Nessuno si pone il problema di adottare un “metodo” che in qualche modo favorisca selezioni ed insediamenti nei vari ruoli più di tipo meritocratico. Forse occorrerebbe collocare la Rai sotto la governance di una sorta di “Autorità indipendente”, cui affidare sulla base di selezioni professionali, e tendenzialmente meritocratiche ed obiettive, la scelta dei direttori di testata o dei direttori delle diverse aree e funzioni. Seguire la Rai per come è ora pone problemi perfino per qualche esponente di partito, perché tra vari di coloro che vi operano, è abbastanza diffusa l’abitudine, con scrupoloso anticipo, di salire sul carro del vincitore. Cambiando magari casacca rispetto alla casacca indossata fino a pochi giorni prima o cercando il modo di entrare nelle grazie dei veri “lottizzatori” per poter accaparrarsi un “lotto” davvero dignitoso.
E ciò avviene da molti, troppi, anni, a sinistra come a destra, con risultati visibili a tutti, a comincia dalla decadenza della qualità dei responsabili e dei programmi. Ciò che è assurdo e per qualche verso fa un po’ ridere è che assistiamo ad un vero e proprio fenomeno di “partitocrazia senza i partiti”. La partitocrazia si sviluppò, infatti, in un contesto in cui i partiti erano solidi e capillari nell’organizzazione del Paese, mentre oggi essi sono in larga parte liquidi, (se non gassosi…). Delle associazioni in cui non si sa dove stia quel “metodo democratico”, di cui parla l’articolo 49 della Costituzione, guidati da “capi” o “cape”, affiancati da piccoli “cerchi magici”, in cui non si capisce cosa ci sia di magico… Il numero degli iscritti si è ridotta di almeno dieci volte, mentre la capacità lottizzatrice, al centro come in periferia (pensiamo ai vari eserciti di municipalizzate e partecipate) non è certo diminuita. E poi, oltre ad essere ridotti così i partiti, non è che in giro per il mondo intellettuale si vedano oggi tanti Maranini o ancor più Ronchey… Visto che il degrado ha colpito non poco anche il mondo del giornalismo. Alla fin fine basterebbe seguire un po’ il “modello Fiorello”, gradito sia a destra che a sinistra, che pure può permettersi di fare ironia sia sugli uni che sugli altri. Non credo poi sarebbe poi difficile trovare altri “Fiorelli”, pure per le direzione giornalistiche, le direzioni di genere, di rete o quant’altro. Forse il problema è che Fiorello, si trova lì per le sue capacità e per meriti indubbi. E non si può dire così di tutti.

Perché alla Rai serve il “modello Fiorello”. La versione di Tivelli

Nessuno si pone il problema di adottare un “metodo” che in qualche modo favorisca selezioni ed insediamenti nei vari ruoli più di tipo meritocratico. Forse occorrerebbe collocare la Rai sotto la governance di una sorta di “Autorità indipendente”, cui affidare sulla base di selezioni professionali, e tendenzialmente meritocratiche ed obiettive, la scelta dei direttori di testata o dei direttori delle diverse aree e funzioni. L’opinione di Luigi Tivelli

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