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Con le pressioni che continuano a montare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, travolto da quella che forse è la più grave crisi politica interna dall’inizio dell’invasione russa, deve decidere se cedere e rimuovere dal suo incarico Andriy Yermak, il capo del suo Ufficio e figura chiave dell’intero sistema di potere, da anni considerato uno dei principali architetti della linea politica presidenziale. A chiedere la sua uscita non è solo l’opposizione: anche membri del partito di governo ritengono che la sua presenza possa danneggiare la stabilità del Paese in un momento particolarmente delicato.

A far deflagrare questa crisi è stato l’emerger di uno scandalo legato alla corruzione nel settore energetico. La scorsa settimana diversi attuali ed ex funzionari dell’azienda statale Energoatom sono stati infatti accusati di aver manipolato contratti e riciclato fino a 100 milioni di dollari attraverso una rete di kickback gestita da un ufficio segreto a Kyiv. Gli imputati negano, ma la vicenda ha aperto la strada a tentativi politici di collegare Yermak allo scandalo, insinuando che lui o uno dei suoi collaboratori possa essere il misterioso “Ali Baba” citato nelle intercettazioni. Il Nabu, l’ufficio anticorruzione ucraino, ha dichiarato di non poter confermare né smentire l’ipotesi, mentre Yermak respinge ogni accusa, lamentando di essere preso di mira senza alcuna prova.

Le ragioni del malcontento vanno però oltre l’inchiesta in sé. Alcuni funzionari accusano Yermak di aver tentato, nei mesi scorsi, di ridurre l’indipendenza di Nabu proprio mentre l’agenzia investigava sul caso Energoatom. Secondo loro, questo scontro avrebbe accelerato l’esplosione pubblica dello scandalo e offerto ai suoi avversari l’occasione perfetta per cercare di estrometterlo. Intanto, all’interno della maggioranza parlamentare cresce il timore che le registrazioni diffuse dal Nabu possano danneggiare non solo Yermak, ma l’intero partito di governo.

L’opposizione guidata dall’ex presidente Petro Poroshenko ha colto l’occasione per chiedere un’ampia operazione di pulizia e ha iniziato a raccogliere firme per sfiduciare l’intero governo. Poroshenko sostiene che, con il Paese sottoposto alla maggiore minaccia esistenziale dal febbraio 2022, la questione della fiducia nelle istituzioni e della credibilità internazionale non può essere elusa. Anche altri deputati, inclusi alcuni della maggioranza, affermano che la crisi del settore energetico sta minando la fiducia dei partner occidentali proprio mentre l’Ucraina si trova a dover colmare un enorme deficit di bilancio e a garantire trasparenza nell’uso degli aiuti.

Zelensky ha tentato di contenere l’impatto dello scandalo imponendo sanzioni al suo ex socio Tymur Mindich, coinvolto nell’inchiesta, e avviando un rimpasto ai vertici delle principali aziende energetiche. Nonostante ciò, la sua risposta sembra essere stata considerata insufficiente dall’opinione pubblica. Alcuni funzionari affermano che il presidente, in privato, avrebbe dichiarato di non voler cedere alle pressioni e di voler difendere Yermak. Allo stesso tempo, starebbe preparando modifiche di governo e nuove iniziative legislative per calmare la situazione, forse anche includendo membri dell’opposizione.

Il momento della verità è atteso per giovedì, quando Zelensky rientrerà in patria e incontrerà ministri, dirigenti parlamentari e deputati per affrontare la questione di persona. Per molti osservatori, la decisione del presidente su Yermak sarà cruciale non solo per la stabilità politica interna, ma anche per l’immagine internazionale dell’Ucraina, impegnata a dimostrare ai suoi partner di essere un Paese affidabile e determinato nella lotta alla corruzione.

Zelensky deve decidere cosa fare col suo braccio destro. Il caso Yermak

La crisi scatenata dallo scandalo Energoatom ha travolto i vertici del potere ucraino, mettendo in discussione la posizione del capo dell’Ufficio del presidente. Con pressioni crescenti da opposizione, maggioranza e partner internazionali, Zelensky deve decidere se difendere il suo consigliere più potente o sacrificare un pilastro del proprio sistema politico

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