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“Questo non è né un atto d’accusa né una confessione, né tanto meno un’avventura, perché la morte non è un’avventura per chi se la trova davanti”. Così scriveva lo scrittore tedesco nato a Osnabrück Erich Maria Remarque nel suo Im Westen nichts Neues, opera del 1929. “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, romanzo di guerra, parla del trauma psicologico e mentale subito dai soldati tedeschi durante la Prima guerra mondiale e il distacco dalla vita civile provato da molti dopo essere tornati a casa dalle trincee. A 104 anni dall’Armistizio di Compiègne, firmato l’11 novembre del 1918 tra l’Impero tedesco e le potenze Alleate in un vagone ferroviario nei boschi vicino a Compiègne in Piccardia, l’atto che segnò i combattimenti della Grande Guerra e la storia di chi ne fu coinvolto – alti ufficiali, diplomatici, soldati, donne e uomini – vengono rispolverate attraverso il film “Im Westen nichts Neues” diretto dal tedesco Edward Berger, terzo film tratto dall’omonimo romanzo di Erich Maria Remarque dopo quello dello statunitense Lewis Milestone del 1930 e quello diretto da Delbert Mann del 1979. “All Quiet on the Western Front” è diventato anche una canzone di Elton John del 1982, un adattamento radiofonico trasmesso nel 2008 su BBC Radio3 e, in precedenza, un libro a fumetti nella serie dei Classics Illustrated del 1952. “Niente di nuovo sul fronte occidentale” è il nome di un album dei Modena City Ramblers del 2013. Ma adesso la storia.

Poco dopo l’inizio delle ostilità, nell’ottobre del 1914, il fronte occidentale fu bloccato in una guerra di trincea. Alla fine della guerra, nel novembre del 1918, la linea del fronte si era mossa a malapena. Vi morirono più di tre milioni di soldati, spesso combattendo per guadagnare poche centinaia di metri di terreno. Quasi 17milioni di persone persero la vita nella Prima guerra mondiale. Niente di nuovo sul fronte occidentale racconta i tragici fatti della guerra attraverso i volti e le emozioni di un gruppo di giovani ragazzi che decidono di arruolarsi per difendere la loro patria. In mezzo tutto l’orrore del primo conflitto mondiale che si consuma nelle trincee zuppe di fango e sangue, per quattro lunghissimi anni. E poi dall’Armistizio di Compiègne, firmato l’11 novembre del 1918, che decreterà la fine delle ostilità sei ore dopo la firma del testo, alle 11:00 ora di Parigi. Le pesanti condizioni imposte alla Germania, volte a impedire che il Reich potesse riprendere le ostilità, vennero di fatto confermate con il trattato di Versailles. Per compiere un gesto storico il generale delle forze armate alleate, il maresciallo Ferdinand Foch, scelse un luogo tranquillo, isolato ma vicino al fronte e alla città. La radura di Rethondes era il luogo perfetto. Tutto avvenne in una carrozza ristorante, la numero 2419D, collocata al centro della radura, destinata a diventare il treno più famoso di Francia e d’Europa.

Diciotto anni dopo Rethondes sarebbe stata nuovamente al centro della storia franco-tedesca. Proprio per cancellare l’umiliazione del 1918, Adolf Hitler orchestrò una messa in scena col famoso treno nel quale, a sua volta, fece firmare la resa ai francesi. Era il 22 giugno 1940 e Hitler immortalò la vittoria mettendosi in posa come il maresciallo Foch, con dietro di lui tanto di svastica al posto dei simboli del 1918. Il regime nazista tedesco portò con sé il “vagone dell’armistizio”, utilizzandolo a fini propagandistici prima di distruggerlo nell’aprile del 1945. Compiègne, simbolo di quel revanscismo che fu ribaltato dall’esito dell’armistizio dell’11 novembre del 1918: se quello di parte francese fu in qualche modo “saziato” dalla guerra, iniziava a crescere quello di parte tedesca, in opposizione alle pesanti sanzioni comminate alla Germania, stabilite a Versailles. Consecutio fatale di altre milioni di morti, giovani soprattutto, linfa vitale di un orrore che dal 1914 si sarebbe concluso solo nel 1945 e che da febbraio 2022, si è riaffacciato minacciosamente nel “cuore” dell’Europa.

Niente di nuovo sul fronte occidentale. L'11 novembre 1918 e l’armistizio di Compiègne

Dal revanscismo alle trincee zuppe di fango e sangue, il ricordo dell’atto che segnò i combattimenti della Grande Guerra e la storia di chi ne fu coinvolto. Il commento di Roberto Sciarrone, Ph.D in History of Europe, Sapienza Università di Roma

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