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La visita, avvenuta nelle ultime settimane secondo fonti informate di Reuters (e confermata dal Times of Israel), si inserisce in una fase di intensificazione dei contatti tra le due parti, nonostante l’assenza di relazioni diplomatiche ufficiali.

Taiwan opera da tempo in uno spazio internazionale ristretto, complice la pressione della Cina, che considera l’isola parte integrante del proprio territorio. Israele, come la maggioranza dei Paesi, riconosce formalmente Pechino e non Taipei, e per questo le visite di alto livello taiwanesi nello Stato ebraico restano eventi rari e politicamente sensibili.

Il viaggio del viceministro Francois Wu ha infatti suscitato una reazione immediata dell’ambasciata cinese in Israele, che ha espresso una “ferma opposizione” a qualsiasi contatto ufficiale con le autorità taiwanesi, ribadendo il principio dell’unica Cina e invitando Gerusalemme a non inviare “segnali sbagliati” alle forze favorevoli all’indipendenza dell’isola.

Nessun dettaglio ufficiale è trapelato sui contenuti degli incontri di Wu né sui suoi interlocutori. Resta aperta anche l’ipotesi che nei colloqui sia stato affrontato il tema dei sistemi di difesa aerea, settore in cui Taipei guarda con crescente interesse all’esperienza israeliana. In ottobre, il presidente Lai Ching-te ha presentato il nuovo sistema multilivello T-Dome, progettato per integrare sensori e piattaforme esistenti e aumentare l’efficacia della risposta antimissile, in un’impostazione che richiama, pur con differenze significative, l’architettura difensiva israeliana.

Il ministero degli Esteri taiwanese si è limitato a riaffermare l’esistenza di valori condivisi tra Taiwan e Israele, come democrazia e libertà, e la volontà di promuovere cooperazione pragmatica in ambiti quali tecnologia, commercio e cultura. Nessun commento è arrivato invece dalla Farnesina israeliana.

Sul piano strategico, a Taipei è diffusa la percezione di una convergenza tra la minaccia militare rappresentata dalla Cina e l’esperienza israeliana di confronto con attori regionali ostili, dall’Iran ai gruppi armati non statali. Non a caso, esponenti del governo taiwanese hanno più volte richiamato il “modello israeliano” di resilienza e capacità difensiva, anche in chiave simbolica.

Negli ultimi mesi i contatti informali si sono moltiplicati: funzionari israeliani e parlamentari sono stati ricevuti a Taipei, mentre Wu, figura di primo piano della diplomazia taiwanese, continua a svolgere un ruolo attivo nel rafforzare la visibilità internazionale dell’isola. Un’attività che, inevitabilmente, si muove lungo una linea sottile tra cooperazione discreta e frizione geopolitica con Pechino.

Come analizzato già lo scorso anno dall’Institute for National Defense and Security Research, il principale think tank taiwanese su temi di difesa e sicurezza, il sostegno espresso da Taiwan a Israele dopo l’attacco missilistico iraniano di ottobre di quell’anno, riflette preoccupazioni strategiche legate alla necessità di difendersi dalla Cina. Nei fatti, Taipei può trarre insegnamenti dall’esperienza israeliana in materia di strategie difensive, in particolare nel contrasto alle minacce missilistiche e alla guerra asimmetrica. Ciò include il rafforzamento della cooperazione di intelligence, il potenziamento delle difese aeree e la preparazione a scenari di attacco multidominio.

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