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La crisi idrica delle ultime settimane e l’impatto che sta avendo nel settore del food, è di una portata ormai preoccupante. Nonostante creda più nella capacità del sistema di tenere e reagire agli eventi complessi che nell’attitudine giornalistica ad amplificarne le negatività, va accettato, ormai con drammatica oggettività, l’allarme lanciato dal settore e rilanciato in questi giorni dai media. E affrontato, per trovare una soluzione con rapidità.

È un dato di fatto che il nostro Paese sta vivendo la peggiore siccità dal 1976, con i livelli dei fiumi e dei laghi ai minimi storici: le immagini del Po in secca toccano profondamente l’immaginario di tutti. L’Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici già a maggio aveva rilevato una condizione di severità estrema con un calo del 20% del volume idrico del Lago Maggiore e una riduzione del volume idrico del 16% del Lago di Como.

Così dopo l’allarme per il caro energia e il relativo aumento del costo delle materie prime, le diverse filiere produttive del nostro Paese stanno ora affrontando un nuovo motivo di emergenza, che si sedimenta in un più ampio scenario fortemente indebolito dalla pandemia. Ed è ormai chiaro a tutti che non si tratta di fenomeni isolati perché a breve l’emergenza siccità lascerà spazio all’emergenza alluvioni. Sarebbe pertanto più responsabile accettare che i cambiamenti climatici influenzeranno sempre più quotidianamente le nostre vite e il nostro equilibrio.

I cambiamenti climatici sono una criticità talmente strutturale nel nostro Paese, che va affrontata come tale. Mi riferisco sicuramente ai luoghi dove transitano i prodotti, come ad esempio i Mercati all’ingrosso, candidati ideali a fare da cartina di tornasole del settore agroalimentare oltre che patrimonio delle nuove esigenze dei consumatori, in quanto sono in grado di registrare, prima degli altri, i cambiamenti del mercato e l’andamento dei nuovi trend.

Dal confronto con gli operatori dei mercati e dalle analisi dell’Osservatorio del Car, il Centro Agroalimentare di Roma, il quadro sull’impatto della siccità appare quanto mai grave ma gli effetti più rilevanti della siccità saranno visibili soprattutto nelle prossime settimane.

Dal 15 luglio si farà fatica a trovare ortaggi nei supermercati: nella Piana del Fucino, storicamente un serbatoio produttivo di grande rilevanza, è già in atto un razionamento per la gestione delle riserve idriche e i campi verranno irrigati solamente a turni. Con conseguenze sulla produzione facilmente immaginabili.

I prodotti su cui si sentirà molto forte l’impatto della crisi idrica sono quelli a foglia. La mancanza di acqua ha già causato una riduzione nella produzione di ortaggi del 25% rispetto al 2021, compromettendo la quantità di prodotti disponibili per le famiglie. Queste difficoltà, ovviamente, impatteranno ancor più sul prezzo. Già oggi, a causa della crisi idrica, i prodotti ortofrutticoli stanno subendo un rincaro del 30-40%, rispetto a 20 giorni fa, e una diminuzione della disponibilità del 20-30%.

Nel settore dell’agroalimentare, e non solo, dunque, l’emergenza climatica rende ormai non più rinviabile un cambio di passo e di approccio: serve una revisione delle competenze e, con questa, anche l’adozione di una politica che riporti il settore all’interno di un processo decisionale più centralizzato che gli restituisca quella importanza che ha nei grandi paesi europei.

Potrebbe essere utile in questo senso istituire una cabina centrale permanente in grado di monitorare sin da subito gli impatti che il contesto esterno genera sulla produttività del settore. ­E i Mercati all’ingrosso sono i primi attori in grado di recepire, analizzare e elaborare gli indicatori di tali fenomeni.

Dal 15 luglio si faticherà a trovare ortaggi nei supermercati. L'allarme di Pallottini

Di Fabio Massimo Pallottini

Dopo il caro energia e l’aumento del costo delle materie prime, le filiere produttive del nostro Paese stanno ora affrontando l’emergenza siccità, che si sedimenta in un più ampio scenario fortemente indebolito dalla pandemia. Fabio Massimo Pallottini, managing director del Centro Agroalimentare di Roma (il più grande in Italia), propone di creare una cabina centrale permanente per monitorare l’impatto dei fattori esterni sul settore, che sta subendo colpi durissimi

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