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Dopo il referendum del 1987, che ha portato alla chiusura delle centrali nucleari in Italia, e in parte anche in relazione a quello del 2011, la tipica miopia della politica e delle classi dirigenti ha causato un forte ridimensionamento della ricerca italiana nel campo della energia atomica e delle sue rilevanti collaborazioni internazionali, a partire dalla cooperazione con gli Stati Uniti. L’Italia era all’avanguardia nel settore, basti pensare che la più potente centrale nucleare di Europa tra il 1958 e il 1962 era stata costruita da Agip Nucleare e da Iri a Borgo Sabotino nel comune di Latina. Successivamente dal 1963 al 1987 la centrale è stata gestita dall’Enel.

Nel tentativo di rispondere alla drammatica crisi energetica le autorità governative puntano alla diversificazione delle forniture di gas dalla Russia (ma resta il mistero sulle vere ragioni del lungo primato di Mosca), cercano di accelerare sul fronte di tutte le fonti rinnovabili e tornano a discutere nuovamente di nucleare a fissione, un tema divisivo su cui presto si discuterà in Parlamento.

Nel dibattito politico italiano non è tuttavia ancora chiaro qual sia il tipo di centrali che lo schieramento favorevole al nucleare intende proporre. Ci sono due possibilità: le più avanzate centrali di terza generazione che si potrebbero costruire in tempi ragionevolmente brevi (5-6 anni); le centrali a fissione di quarta generazione che secondo le stime relative alle sperimentazioni in corso non potrebbero entrare in funzione se non intorno al 2035-2036, sempre che le previsioni siano rispettate. Sin qui il dibattito politico sull’eventualità di costruire nuove centrali a fissione. Vedremo presto gli esiti.

Tuttavia, a mio avviso, in parallelo il governo dovrebbe affrontare di petto il potenziamento della ricerca in campo energetico e in particolare potrebbe rilanciare il ruolo internazionale dell’Italia nei progetti di ricerca sulla fusione nucleare – una sfida lunga e molto difficile ma, qualora vinta, probabilmente risolutiva. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, è giovane e ha il dovere politico e morale di guardare lontano.

Spero che non voglia ripercorrere quanto è avvenuto negli ultimi 30 anni in cui spesso la politica (anche gli attuali esponenti di Fratelli d’Italia che erano presenti nell’ultimo governo Berlusconi) ha seguito le mode del momento, ha inseguito l’andamento settimanale dei sondaggi e ha avuto lo sguardo prevalentemente rivolto alle elezioni del giorno dopo. La cronica carenza di fondi pubblici ha costretto i laboratori di ricerca a cercare finanziamenti e sponsor nelle più svariate direzioni. Nell’università e nel mondo della ricerca (sia nelle cosiddette hard sciences sia nelle scienze sociali) la tirannia del presente ha prodotto conseguenze disastrose compromettendo spesso la ricerca di base ed i progetti scientifici di medio e lungo periodo. In numerose occasioni sulle pagine di Formiche.net (qui e qui, per esempio) ho segnalato la vulnerabilità del nostro Paese in materia di transizione digitale, cybersecurity, 5G di imprese cinesi e dipendenza energetica dalla Russia.

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum. Come agire allora?

Il 7 ottobre scorso, la scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo nella sua lectio magistralis all’Università della Calabria ha affrontato il tema cruciale della comunicazione tra scienza e persone con cui una politica scientifica e tecnologica lungimirante deve avere il coraggio di misurarsi. Ha indicato una metodologia di comunicazione scientifica piuttosto efficace.

Richiamo all’attenzione dei lettori alcuni punti salienti della lectio magistralis: imparare a non confondere opinioni, certezze, probabilità; prendere coscienza e consapevolezza dei nostri limiti e dei nostri pregiudizi poiché il nostro cervello è tutto fuorché perfetto, guidato costantemente dagli istinti e dagli impulsi; continuare a studiare, educarci e documentarci, perché è uno dei tanti modi per alimentare la parte razionale del cervello che servirà anche per migliorare la comunicazione; continuare a porsi domande e non dare per scontato nessun dato scientifico, né tantomeno considerarlo come certezza assoluta; ricordarsi della responsabilità pubblica e politica (non solo dell’università ma anche dell’individuo stesso) che servono per affrontare il baratro disinformativo.

Con questo spirito l’Italia potrebbe, a mio avviso, rilanciare la ricerca nel campo della fusione nucleare sia per valorizzare la lunga esperienza maturata negli scorsi decenni, sia per prospettare alla comunità scientifica italiana e internazionale un percorso trasparente in cui, senza ingerenze politiche e aziendali, la libera cooperazione e competizione tra scienziati selezioni le diverse opzioni e indichi le prospettive più promettenti. Nessuno può dare garanzie certe sui risultati, ma imboccare questa strada è un preciso dovere verso i nostri figli e i nostri nipoti. Ho scelto l’esempio della fusione nucleare, avrei potuto indicare altri temi collegati alle sfide globali quali la tutela della biodiversità e del mare.

L’importante è capire l’importanza strategica della ricerca scientifica e tecnologica. Nel mondo contemporaneo un governo privo di una politica scientifica – libera, trasparente e all’altezza dei tempi – non è in grado di né di rilanciare il sistema Paese né tantomeno di offrire un futuro migliore alle nuove generazioni.

La ricerca sulla fusione nucleare è un imperativo per il governo. I consigli di Mayer

Nel mondo contemporaneo un governo privo di una politica scientifica non è in grado né di rilanciare il sistema Paese né tantomeno di offrire un futuro migliore alle nuove generazioni

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