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Nel cuore della Taipei ultramoderna, tecnologica, zeppa di negozi, chioschi e banchi del mercato, dal cibo, ai gadget, all’elettronica, formicaio accelerato, una centrifuga senza sosta, città insonne, dove bisogna lavorare e correre da mattina a sera se vuoi mangiare, mantenere uno scooter, mandare a scuola una figlia, seguiamo la storia di una famiglia composta di sole donne: madre, Shu-fen (Janel Tsai: bella e tagliente nel suo silenzio da sfinge) e due figlie: la ventenne I-Ann (Shih-Yuan Ma: irrequieta, ribelle, parca di parole: e poi amorevole) e la bambina I-Jing (Nina Ye: una recitazione da autentica innocente, alla Jackie Coogan), arrivate dalla provincia. È La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl, 2025) di Shih-Ching Tsou, premiato con il “miglior regista rivelazione” al Festival del cinema di Roma (2025) e film candidato, per Taiwan, agli Oscar (2026).

La giovane madre ha affittato un chioschetto in centro per la sua attività commerciale: prepara e vende cibo locale, noodles. Ha tre strapuntini come tavoli e semplici banchetti dove i clienti si seggono, piegando la schiena, e mangiano. Tutto in un mini-spazio (3m x 3m) all’aperto, circondato da altri banchi, negozietti, baracchette; gente che va che viene che ti ignora.

I-Ann corre ogni mattino al lavoro con il suo scooter – dopo aver accompagnato I-Jing a scuola -, impiegata come commessa, accanto a un’altra ragazza, in un negozio di articoli vari, con il cui datore di lavoro, un trentenne immaturo, ha una relazione, più fisica che sentimentale.

Shu-fen, per quanto lavori sedici ore al giorno, dal pomeriggio alla mattina (è un esercizio notturno), non riesce a coprire le spese dell’affitto del locale, il cui proprietario, dai modi aggressivi e mafiosi, si presenta più volte sul lavoro e, pubblicamente, minaccia di buttarla in strada se non paga in tempo il dovuto affitto mensile. Scenate offensvie a cui assiste la piccola I-Jing. Il gentile proprietario di un banco vicino, Johnny (Brando Huang, né eccessivamente affettato né sopra le righe: convincente), sin dai primi giorni gioca un pochino con I-Jing, calma le aggressioni verbali del proprietario, suo conoscente, e poi si offre di aiutare economicamente Shu-fen, la quale educatamente non accetta per dignità.

Il permanente negativo nei conti di Shu-fen è dovuto alle spese per le medicine nei riguardi (e poi spese di funerale) di un uomo ricoverato in ospedale, non più in grado di articolare la parola, ossia l’ex marito. Questo aiuto economico provoca forti reazioni e liti da parte di I-Ann nei riguardi di sua madre: “Dopo tutto quello che ci ha fatto, tu spendi dei soldi per lui!”. Per tutto il film crediamo sia questo il motivo di scontro e del non-dialogo tra madre e figlia: il sottofinale svelerà una verità altra.

In questa infelice situazione familiare, le visite domenicali dai nonni, i genitori di lei, sembrano, ma non lo sono, momenti di relax. Sì perché il nonno, accortosi che I-Jing è mancina, la perseguita dicendole di non usare assolutamente quella mano, poiché è “la mano del diavolo”, generando nella piccola un serio complesso. Per completare il quadro dei due “tranquilli” pensionati, eccoci all’attiva nonna, impegnata a “collaborare”, per arrotondare, con una associazione illegale dedita all’immigrazione clandestina: gestisce il deposito di falsi passaporti.

I-Jing preoccupata della situazione familiare (oltre che della mano “cattiva”), decide di “aiutare” la mamma iniziando a compiere piccoli furti di gadget e mini oggetti, dai negozi e banchi circostanti, nascondendo la refurtiva in casa. Quando I-Jing confesserà i furti, si giustificherà innocentemente, “non sono stata io, ma la mano del diavolo!”. La sorella, I-Ann, la porterà da ogni negoziante a restituire l’oggetto sottratto e a chiedere scusa, osservandola, soddisfatta, sulla soglia del negozio, come fosse sua madre.

Un giorno I-Ann scopre che il suo “fidanzato” proprietario intrattiene una relazione anche con l’altra commessa: fuori di sé si dimette e va via infuriata con lo scooter, non senza avergli gridato in faccia di essere incinta e, rivolta alla sua ebete collega, “Puoi godertelo! Visto che a lui piace senza preservativo!”.

Intanto tra Shu-fen e Tommy, delicatamente, è nato un amore. Siamo nel sottofinale: alla festa di compleanno della nonna. Si ritrovano tutti i parenti, inclusi il fratello con la sua famiglia e la sorella di Shu-fen (qui entrati in scena). Ella presenta a tutti Tommy come “il mio compagno”. Tutto fila liscio sino agli auguri. I-Ann porta al microfono la piccola I-Jing, e la obbliga a pronunciare un augurio che la piccola non capisce ma che è obbligata dalla “sorella” a proferire al microfono: “Tanti auguri bisnonna”. Gli astanti non capiscono, la nonna la corregge, “Nonna, non bisnonna!”. Stacco. Il volto di Shu-fen è pietrificato. Prende il microfono I-Ann: “I-Jing non è mia sorella, ma mia figlia!”. Shu-fen, dopo un momento di forte imbarazzo, replica, pubblicamente, con estrema calma e saggezza: “Avevi tredici anni, non potevi fare la madre”.

Nella festa si precipita il proprietario con la moglie (aveva mentito a I-Ann: “Sono divorziato”): i due pretendono, pubblicamene, da I-Ann il nascituro, in quanto “appartiene al padre”. A maggior ragione perché “abbiamo due femmine”. Sono disposti a pagare. I-Ann grida, “il bambino non c’è più!” (noi lo sappiamo: abbiamo assistito a quando ella ha avuto un aborto spontaneo in casa). Silenzio glaciale. Tutti i parenti, poi, respingono gli intrusi. La madre si riavvicina alla figlia per proteggerla. La sera dopo, tutte e tre le donne mandano avanti il piccolo “mangia e siedi”.

La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl), è uno dei pochi film in circolazione dai forti valori etici: perdono (Shu-fen assiste il marito da cui è divorziata pur essendo stata da questi maltrattata); riconoscimento dell’errore e richiesta delle scuse (i furti di I-Jing); l’aiuto verso il prossimo (il vicino Tommy); il coraggio di voltare le spalle alla menzogna, ai falsi amori (I-Ann). È, particolarmente, un racconto teso a ribadire che non si può vivere come monadi, ognuno impegnato a ricercare, seppur in buona fede, il proprio angolino dello star bene: necessaria è una rete di affetti, come la famiglia, nucleo essenziale in ogni società, a maggior ragione se abbiamo dei bambini o degli adolescenti in crescita, bisognosi di una guida.

La sceneggiatrice taiwanese-americana Shih-Ching Tsou (coautrice con il regista Sean Baker di Tangerine – 2015 -, Red Rocket – 2021), alla sua prima regia, ha confermato con Sean Baker, qui sceneggiatore, una intesa straordinaria sui motivi del plot: la crescita di una bambina in una megalopoli; l’insoddisfazione e la delusione dei giovani; la solitudine di una donna amareggiata dalla vita; la disponibilità all’aiuto di chi non ti conosce. L’evitare la disonestà, portatrice di transeunti benefici. La condanna di chi è schiavo del denaro (il violento proprietario del chiosco).

Sul piano formale colpisce il calibrato ritratto della vita veloce, futurista, cui ormai non ci si può sottrarre: a Los Angeles, come a Parigi, come a Taipei, ma alla quale possiamo far indossare un abito etico riscoprendo i valori autentici di cui sopra. “Contenuto” tradotto, filmicamente, nella invenzione di scene non scontate, snodi narrativi accompagnati da una delicata suspense, dalla genuina direzione di attori fuori da ogni scuola o affettazione, con intensi momenti di action movie, in un montaggio da sospendere il respiro (non per niente, alla moviola si è seduto Sean Baker). Siamo irretiti dalle folli corse in scooter, zigzagando tra il traffico marmellata di Taipei, di I-Ann, con la piccola I-Jing a bordo. E, poi, dalla stessa piccola protagonista, seguita in veloci carrellate, mentre sgattaiola come uno scoiattolo, tra bancarelle e negozi, per i furtarelli: una regia di cinema puro screziata di riflessi da nouvelle vague: per esempio, da Zazie nel metrò (1960) di Louis Malle: Nina Ye, a tratti, cammina ride come Catherine Demongeot.

Inutile sottolineare come nei momenti in cui abbiamo la sola I-Jing sul set, Shih-Ching Tsou deve ricorrere – lo fa sagacemente, con maestria, – al tatami-camera, ossia alla cinepresa posta ad altezza di bambino: inquadratura introdotta nel cinema da Charlie Chaplin in The kid – 1920 – (vi ricordate quando sta per “depositare” delicatamente il piccolo trovato tra i rifiuti, in un tombino, e poi ci ripensa?), soluzione diventata, poi, sintassi grazie al cinema asiatico del nipponico Yasujirō Ozu. E quando un film di una consumata esordiente (l’ossimoro è obbligatorio), non solo costruisce un soggetto originale, ma lo fa citando la storia stilistica della settima arte, siamo se non nel capolavoro, nel buon cinema.

 

Tre donne sole: lavorare, crescere, correre. Ciccotti racconta "La mia famiglia a Taipei"

Il sorprendente La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl-Zuŏpiězi nǚhái, cioè “La ragazza mancina”, 2025), miglior “regista rivelazione” per la taiwanese-americana Shin-Ching Tsou all’ultima edizione del Festival del cinema di Roma, ci parla della dura vita quotidiana, “futurista”, in una megalopoli, tra umorismo e tensione psicologica. In un avvolgente ritmo da “nouvelle vague” francese alla Louis Malle. La recensione di Eusebio Ciccotti

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