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Durante l’ultima visita di un delegato americano a Taiwan, il governatore repubblicano dell’Arizona Doug Ducey, il presidente Tsai Ing-wen ha permesso agli Stati Uniti di tirare un (neanche troppo) piccolo sospiro di sollievo. Taipei non vede l’ora di realizzare “chip per la democrazia” a stelle e strisce, ha dichiarato il numero uno dell’isola al centro delle tensioni tra Washington e Pechino. Una dimostrazione di amicizia, cementificata ancor di più dopo le diverse visite istituzionali nelle ultime settimane che tanto hanno indispettito il Partito Comunista Cinese (PCC), a cominciare da quella della speaker della Camera Nancy Pelosi. Non è un caso che le parole siano state pronunciate di fronte al governatore Ducey: la Taiwan Semiconductor Manufacturing, tra le più grandi aziende produttrici di semiconduttori da cui dipende mezzo mondo, sta infatti portando avanti un progetto da 12 miliardi di dollari in Arizona per la costruzione di un suo stabilimento su suolo americano.

La collaborazione, ha assicurato il presidente di Taipei, “aiuterà a costruire catene di approvvigionamento più sicure e resilienti. Non vediamo l’ora di produrre congiuntamente chip democratici per salvaguardare gli interessi dei nostri partner democratici e creare maggiore prosperità”. Non solo, visto che “di fronte all’espansionismo autoritario e alle sfide dell’era post-pandemia, Taiwan cerca di rafforzare la cooperazione con gli Stati Uniti nel settore dei semiconduttori e in altre industrie high-tech”, ha continuato Tsai Ing-wen. Ben felice di ascoltare queste dichiarazioni, il governatore Ducey non ha potuto far altro che ringraziare e sottolineare l’importanza di questa partnership.

Dai semiconduttori passa gran parte dell’attività mondiale e l’Asia è la terra madre dei microchip. Taiwan, come scritto, è uno dei produttori per eccellenza, una cerchia che racchiude pochi intimi, Cina inclusa. Tra Washington e Pechino sembrerebbe essere in corso una guerra di nervi, che si scoprono pericolosamente quando si parla dell’isola che la Cina considera un territorio di sua proprietà. Trionfare nel campo tecnologico, pertanto, vorrebbe dire avere un vantaggio considerevole in diversi campi. Anche per questo l’amministrazione di Joe Biden ha deciso di seguire (questa volta sì) le orme del suo predecessore Donald Trump, imponendo alle proprie società nazionali il divieto di vendita in Cina e in Russia di chip GPU, modelli molto avanzati di elaborazione grafica che, solitamente, sono stati utilizzati per il riconoscimento della voce e dei soggetti nelle fotografie.

Insomma, fino ad oggi quei chip andavano a supportare l’attività di controllo operata dai governi autoritari e, per tale ragione, il governo americano ha deciso di dire basta. A venderli agli avversari di sempre sono infatti i colossi di Nvidia – la più grande produttrice di GPU – e Advanced Micro Devices (AMD), oltre a tante altre società più piccole che, da adesso,  dovranno presentare delle licenze di esportazione per continuare a farlo. Il tutto con l’obiettivo di “impedire l’acquisizione e l’uso da parte della Cina della tecnologia statunitense nel contesto del suo programma di fusione militare-civile, per alimentare i suoi sforzi di modernizzazione militare, condurre violazioni dei diritti umani e consentire altre attività maligne”, come ha sottolineato il portavoce del Dipartimento del Commercio Usa. Nello specifico, Nvidia ha reso noto che le licenze interesseranno l’A100 e l’H100, quest’ultimo in circolazione dalla fine dell’anno in corso ma che rischia a questo punto di slittare, mentre AMD non potrebbe più far arrivare i suoi microchip MI250, seppur le limitazioni non dovrebbero avere un forte impatto generale sul prodotto.

La decisione dell’amministrazione democratica assume quindi un valore etico, quale quello di non voler più essere complici delle violazioni compiute dai governi autoritari. La vendita di microchip non aveva niente di illegale, ma i fini per cui soprattutto la Cina li utilizzava erano soprattutto bellici (armi e aerei) e di controllo. Andava pertanto imposto un limite all’export, nonostante Biden conosca il rischio boomerang per le sue aziende.

Per Nvidia, le restrizioni verso la Cina potrebbero farle perdere circa 400 milioni di dollari, qualora “i clienti non desiderino acquistare le offerte di prodotti alternative dell’azione o se” il governo degli Stati Uniti “non conceda le licenze in modo tempestivo o le neghi a clienti importanti”, ha spiegato l’azienda. Questo perché tutto ha un costo: per l’azienda di Santa Clara, ad oggi ammonta a una perdita di oltre il 6,5% nel premercato, mentre i suoi futures nella notte italiana hanno perso più di un punto percentuale. Come logico, preferirebbe non scendere ancora.

Microchip, fronte Usa-Taiwan contro Russia e Cina

Taipei si dice pronta a collaborare per realizzare i suoi semiconduttori “per la democrazia” a stelle e strisce. Per Washington è un’ottima notizia, che cementifica l’alleanza, mentre Pechino e Mosca vedranno ridursi le vendite di chip dagli Stati Uniti. L’amministrazione Biden ha deciso di porre un freno all’export delle sue aziende, visto l’uso poco nobile che ne fanno i governi autoritari

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