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Cosa succede in Israele? Il 22 marzo quattro israeliani sono stati uccisi a Beer Sheba: un attentatore li ha accoltellati e poi investiti con la sua auto. Il 27 due uomini hanno aperto il fuoco per strada a Hadera uccidendo 2 poliziotti e ferendo seriamente altre sei persone. Il 29 marzo un palestinese con precedenti per traffico d’armi ha sparato sui passanti a Bnei Brak, quartiere ortodosso di Tel Aviv, uccidendo sei persone.

Tre attacchi terroristici nel giro di una settimana, cinque in quindici giorni. Undici i morti in totale: il maggior numero di persone uccise da militanti in un periodo così breve in Israele, al di fuori di una guerra su larga scala, in diversi anni. Tutto accresce i timori di un’ondata ancora più violenta nel prossimo mese, quando la rara convergenza di Ramadan, Passover e Pasqua dovrebbe aumentare ulteriormente le tensioni tra israeliani e palestinesi.

“Questo riporta sicuramente a vecchi ricordi”, ha detto in un’intervista telefonica al New York Times il medico che ha accompagnato la quinta vittima all’ospedale: “È passato molto tempo da [una serie di] eventi così importante”.

I primi due attentati elencati sono stati rivendicati dallo Stato islamico tramite la falsa agenzia stampa Amaq News, organo di propaganda dei baghdadisti. Nell’altro, l’attentatore era un membro di Fatah.

“La lotta armata continua, siano benedette le mani degli eroi”, ha scritto su Twitter un portavoce di Hamas, l’entità jihadista che controlla la Striscia di Gaza. La Jihad islamica sostiene che “la resistenza è in una nuova fase” e collega i vari fatti come “un’unica campagna che coinvolge tutti i palestinesi: a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme e nelle terre del 1948″, ossia Israele.

“Israele si confronta con una ondata omicida dovuta al terrorismo arabo”, ha commentato il premier Naftali Benett mentre è isolato perché contagiato dal Covid: “Le nostre forze di sicurezza operano. Combatteremo il terrorismo con determinazione, caparbia e pugno di ferro. Nessuno ci sposterà da qui. Vinceremo”. “L’uccisione di civili palestinesi e israeliani porterà solo a un ulteriore deterioramento della situazione, soprattutto perché ci stiamo avvicinando al mese sacro del Ramadan e alle festività cristiane ed ebraiche”, ha detto Mohmoud Abbas in una dichiarazione pubblicata da Wafa, un’agenzia di stampa gestita dall’Autorità Palestinese.

Il portavoce di Hamas ha commentato con i media che si tratta di una “risposta rapida al vertice della vergogna, ossia la riunione di lunedì nel deserto del Negev, nel sud dello stato ebraico, in cui i ministri degli Esteri di Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco ed Egitto si sono riuniti per la prima volta sul suolo israeliano per un incontro diplomatico a cui ha partecipato anche il segretario di Stato statunitense.

Tema centrale del vertice la sicurezza regionale, focalizzata nel contrasto al terrorismo islamico sunnita e alle influenze velenose generate dai Pasdaran attraverso le milizie sciite che controllano nella regione. Dall’incontro, al di là di qualche passaggio di rito, non sono uscite soluzioni o spinte verso una soluzione della questione israelo-palestinese, e questo ha deluso molti palestinesi che hanno visto la mossa come un tradimento da parte di Paesi (come l’Egitto o gli Emirati) che consideravano alleati.

Mancano ancora dati per analizzare l’insieme dell’accaduto. Di certo c’è che la natura di due degli attacchi ha allarmato gli ufficiali di sicurezza israeliana perché sono state usate armi da fuoco con capacità di gestione delle stesse. Questo implica un livello di pianificazione solitamente assente dagli attacchi terroristici recenti sul suolo israeliano, che sono stati effettuati principalmente con i coltelli e quasi sempre frutto di azioni individuali.

Nel rivendicare l’attentato del 27 marzo, Amaq ha usato il termine “commando” e non semplicemente “martire”, ossia ha fatto intendere che i due assalitori erano parte di una cellula, addestrata, operativa in Israele. L’altro aspetto interessante riguarda le dichiarazioni dei gruppi palestinesi che parlano di “nuova fase” che coinvolge vari soggetti. Solitamente lo Stato islamico non lavora con Hamas, Jihad islamica o Fatah, che considera rivali. Sia una potenziale collaborazione, sia la competizione nel mondo jihadista per chi compie più attentati (e più significativi), sono pessimi segnali per la sicurezza di Israele.

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