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Forse la storia ha già parlato per lui. Il sogno di ristrutturazione che assunse contorni quasi mitici, col grido “Perestrojka”, si era infranto ancor prima di cominciare. Mikhail Gorbaciov, l’ultimo leader dell’Urss e che quell’Urss provò a riformarla, se n’è andato a 91 anni. E con lui se ne va una parte di storia del secolo breve. Il crollo del Muro di Berlino, il disarmo nucleare, la guerra fredda. Il segretario del Pcus cavalcò questi accadimenti che hanno cambiato il volto del Mondo, suscitando talvolta ammirazione, talvolta aspre critiche. “Era un uomo con tratti di apertura insoliti per la nomenclatura del partito, ma senz’altro con punti di ambiguità specie verso la fine della sua attività politica”. Racchiuso in queste parole, il ricordo di Claudio Martelli, ex ministro, esponente di primo piano del Partito Socialista e attuale direttore de l’Avanti!

Quando lo conobbe la prima volta?

Era il 1985. Mi trovai nel salone del Cremlino, venni invitato come esponente del Psi quando venne eletto segretario del Pcus, a Mosca. Fu una giornata, nel complesso, atroce. Dodici ore per esporre una relazione interminabile, con numeri e analisi pedagogiche. Un rito tipico della nomenclatura sovietica. Non ebbi, francamente un’impressione straordinaria in quel contesto.

In Italia lo incontrò?

Sì, la sua visita suscitò molto entusiasmo nei giovani comunisti (D’Alema e Occhetto) che volevano emergere a fronte di una segreteria – quella di Natta – che non fu propriamente innovatrice. Chiaramente l’entusiasmo dei Comunisti Italiani era legato ad alcune affermazioni circa la ‘grande miniera del Mondo’. Noi socialisti avevamo invece un’idea diversa.

Ovvero?

Perestroica e Glasnot furono i cavalli di battaglia di Gorbaciov. Da parte nostra ci si chiese se quel mondo e quel sistema – quello dell’Urss – fossero in effetti riformabili. Gorbaciov scommetteva su questa riforma, che invero non riuscì mai a portare a compimento.

 Quale era la percezione di Gorbaciov sullo scenario internazionale e in Italia in quegli anni?

Anche in questo caso, mi ricordo nitidamente un episodio, accaduto nel 1989, prima della caduta del muro. All’epoca ero vicepresidente del Consiglio e andai in visita nei paesi dell’Est e nelle ‘due’ Germanie divise. A Berlino, nel corso di una cena, conobbi il generale responsabile della sorveglianza al checkpoint Charlie. Rimasi incredulo di fronte alle parole di apprezzamento che ebbe a dire nei riguardi di Gorbaciov.

Che cosa le disse?

Mi disse che, nonostante fosse orgogliosamente anticomunista, avrebbe pagato il biglietto di tasca sua per assistere a un’eventuale cerimonia di consegna del Nobel per la pace a Gorbaciov. Un generale americano.

Che meriti gli riconosceva?

Di aver dissipato l’incubo della guerra atomica e di aver liberato l’America da vincoli ‘ingombranti’ con alleati di cui gli Usa non avevano per nulla stima. Le parole del generale avevano un significato in realtà più profondo: i comunisti erano nemici nella misura in cui rappresentavano la minaccia atomica. Superata quella, i comunisti diventavano alleati da sostenere convintamente.

E in Italia?

Tornato in Parlamento dopo la visita all’estero, vidi attorno a Craxi un capannello di persone. Mi salutò, poi seguitò nel suo discorso. E sentii che su Gorbaciov disse: “È un pazzo, non si distrugge così un Paese, un impero che è costato settant’anni di sacrificio”. L’abissale distanza tra le parole di Craxi e quelle del generale americano fu sbalorditiva. E mi fece pensare.

Gorbaciov tra innovazione e ambiguità. Il ricordo di Martelli

“Da parte nostra ci si chiese se in effetti quel mondo e quel sistema – quello dell’Urss – fossero riformabili. Gorbaciov scommetteva su questa riforma, che invero non riuscì mai a portare a compimento”. La testimonianza di Claudio Martelli, ex ministro, esponente di primo piano del Partito Socialista e attuale direttore de l’Avanti!

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