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Con la scomparsa di Piero Citati l’Italia perde davvero un grande maestro della cultura e dell’impegno civile. E se come sosteneva, pressappoco, il filosofo trascendentalista americano Ralph Emerson “tutti i grandi maestri si distinguono principalmente perché sono stati in grado di aggiungere un secondo, un terzo, e forse un quarto passo in una linea continua”, allora si può ben dire che Citati ha compiuto e ancora farà compiere centinaia di passi alla cultura, alla scienza, all’umanità, con la testimonianza delle sue opere e della sua eccelsa scrittura.

Scrittore, saggista, critico letterario, giornalista e biografo, la cifra essenziale di Piero Citati è l’infinito, il tema segreto, profondo come un fiume sotterraneo, che ha seguito per comporre la sua vasta, colta e inarrivabile critica letteraria sulle opere e i percorsi esistenziali dei romanzieri, dei poeti, degli artisti del ventesimo secolo. Un tema autobiografico e autoanalitico.

Come forse non ha fatto in nessuno dei suoi numerosi libri, nella “Malattia dell’infinito” Citati parla anche di sé. Nei saggi affettuosi, commossi, maliziosi dedicati agli amici che ha avuto e con i quali ha lavorato, da Emil Cioran a Federico Fellini, da Carlo Emilio Gadda a Fruttero e Lucentini, da Italo Calvino a Giorgio Manganelli e Giuseppe Bertolucci, solo per citarne alcuni, delinea come un antidoto all’ineluttabilità del trascorrere del tempo e del consumarsi dell’esistenza una impalpabile e discreta autobiografia, celata fra le righe dell’impersonalità del saggista.

Paradossalmente a confermare le profonde peculiarità universali di Piero Citati si perviene alla naturale constatazione che il suo addio rappresenta in fondo una continuità letteraria e culturale. Una continuità che, in punta di penna, come si conviene a uno scrittore sublime come Citati, dà un’ultima lezione di critica letteraria smentendo un grande poeta come Lord Byron, che sosteneva invece che “quando sono per sempre, gli addii dovrebbero essere rapidi”.

Addio all'infinita grandezza di Piero Citati

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