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Non solo la Russia. Anche la Cina cerca di “di inquinare e distorcere il dibattito pubblico italiano e quello dei Paesi occidentali e di veicolare notizie false e non verificate, del tutto non aderenti ai fatti e agli eventi”. Lo scrive il Copasir nella sua relazione annuale. Il comitato presieduto da Adolfo Urso, senatore di Fratelli d’Italia, punta l’attenzione in particolare sull’Ufficio per la Propaganda Estera, più comunemente noto come “Ufficio per l’Informazione del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese”. Questo “da una decina d’anni investe enormi risorse nella infowarfare per condurre operazioni di guerra informativa a livello globale, anche tramite accordi o rapporti con le stesse agenzie di informazione, i quali, riconducibili al Partito comunista cinese, risultano essere oggettivamente sbilanciati in favore della parte cinese”, si legge nel documento.

Il Copasir poi si concentra sule partnership tra media italiani e cinesi, ben analizzate da un rapporto dell’Istituto affari internazionali (IAI) che chiarisce l’ampiezza e la capillarità di questi accordi, tra cui si segnala quello che riguarda anche la Rai e l’Ansa del marzo 2019, in occasione dell’adesione dell’Italia alla Via della Seta tramite un memorandum d’intesa. Proprio in questo accordo, “l’ingerenza e le ambizioni globali di Pechino sono apparse (…) evidenti”. Alla luce di tutto ciò, “lo slittamento delle strategie comunicative da operazioni condotte dagli Stati, a operazioni ideate dagli Stati, ma affidate nella loro esecuzione ad agenzie indipendenti, ha portato al proliferare di un mercato delle cosiddette fake news o della ‘disinformazione industrializzata’ e a una propaganda computazionale”, scrivono i commissari.

Di grande interesse, poi, il Mediterraneo allargato. Sottolineando che “il parziale disimpegno statunitense dall’area MENA a favore del quadrante indo-pacifico ha lasciato degli spazi in cui competitori tradizionali o nuovi si affacciano”, il Copasir evidenza l’attenzione cinese verso l’area. “La strategia applicata da questo gigante è di lungo termine, costante e dinamica, imperniata innanzitutto sui tradizionali ambiti di azione cinese, economico e commerciale, e recentemente anche sulla dimensione militare, con una crescente produzione e commercializzazione di armamenti e con presenze, seppur limitate, in tutta l’area”, si legge. L’apertura della Via della seta rappresenta il fattore trainante che spinge la Cina a creare un corridoio fino al Mediterraneo e a insistere perciò nell’area, con la prospettiva di sviluppare un’influenza sui traffici marittimi nell’’tlantico. Si innesta su questo progetto la penetrazione nei porti mediterranei e italiani. Inoltre non va dimenticata la presenza cinese nei Balcani, definiti da alcuni analisti un autentico laboratorio di guerra ibrida”.

Diverse le forme di attività in Italia della Cina, il cui interesse “si rivolge soprattutto a quei settori nei quali più avanzata risulta l’attività di ricerca, start up e mondo accademico”. Il Copasir ha più volte segnalato il rischio concreto di sottrazione di tecnologie e conoscenze per gli evidenti profili di sicurezza nazionale. A tal proposito si segnalo due protocolli esistenti tra Miur, Maeci e Repubblica popolare, sulla ricerca di base e sulla ricerca applicata in materia di nuovi materiali, ambiente, fisica, salute. “Ogni Ateneo può però procedere in autonomia a stringere collaborazioni con aziende che sono poi emanazioni statuali e vi è il serio rischio che da una parte queste siano un modo per aggirare la disciplina del golden power e dall’altra un modo per acquisire direttamente da parte di queste aziende cinesi così coinvolte, know-how, tecnologie ma anche personale al quale vengono offerte possibilità di lavoro in Cina”, spiegano i commissari. Che poi citano un altro canale attraverso cui viene perpetrata una penetrazione “molto invasiva, con finalità non solo di propaganda e di soft power”: l’Istituto Confucio. “Quello della conoscenza, della ricerca e della formazione è sicuramente un asset che il nostro Paese deve imparare a tutelare anche da tentativi predatori e di acquisizione condotti dall’estero e da Paesi ostili, ma anche semplicemente in competizione con l’Italia”, spiegano.

A Mosca come a Pechino, le due autocrazie per eccellenze, “si registra una svolta negativa che vede la Rete come uno strumento di controllo politico e sociale, saldamente nelle mani dello Stato. In questo modo, il web, internet e i canali social sono piegati a vettori che amplificano la disinformazione e di propaganda”, si legge ancora nel rapporto. Che dedica anche un passo a Taiwan e alla stretta attualità, dopo la visita di Nancy Pelosi, speaker della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, a Taipei: “Le sorti di Taiwan rivestono però una importanza che oltrepassa quella specifica area geografica, riguardando l’Occidente verso il quale la Cina ha lanciato la sfida diretta a dimostrare la superiorità economica, tecnologica e militare del proprio regime ed una visione strategica alternativa che mette in discussione i valori della democrazia ed il rispetto dei diritti umani, alla base delle nostre società”, sostiene il Copasir in quello che sembra un forte appello al governo.

L'inquinamento (politico) cinese in Italia, tra Via della Seta e Taiwan. Cosa scrive il Copasir

Il Comitato accende i riflettori sull’Ufficio della propaganda estera e sugli Istituto Confucio. L’accordo del 2019? “L’ingerenza e le ambizioni globali di Pechino sono apparse evidenti”. Poi sul futuro di Taipei un avvertimento a tutto l’Occidente

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Così la Russia cerca di inquinare il dibattito pubblico in Italia. Relazione Copasir

Nel documento annuale diffuso dal Comitato grande attenzione ai tentativi di disinformazione e ingerenza da parte di Mosca. Il Comitato presieduto dal senatore Urso (FdI) riaccende l’attenzione in vista delle elezioni denunciando ritardi e offrendo alcune raccomandazioni

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