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Francisco Franco, Leonid Brežnev e molti altri dittatori e Capi di Stato hanno nascosto per mesi alle rispettive opinioni pubbliche le gravi malattie che poi avrebbero fatalmente causato la loro morte. Ma nessuno di loro, anche se con gravi difficoltà come quelle di Brežnev, ha rinunciato a mostrarsi in pubblico fino all’ultimo. Precedenti vanificati dal drammatico, o forse tragico, mistero che circonda la neo acclamata Guida Suprema dell’Iran.

Una Guida non così Suprema, ma soltanto fantasma e senza voce, perché ha affermato il segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth, “molto probabilmente Mojtaba Khamenei oltre ad essere ferito è anche sfigurato”. Secondo Hegseth, Khamenei “ferito, spaventato o in fuga non ha legittimità”. E allora, si è chiesto l’esponente dell’amministrazione americana “chi è al comando? Forse nemmeno l’Iran lo sa”. Tentando di occultare il mistero di una Guida Suprema che forse non c’è, a Teheran i Guardiani della Rivoluzione, i veri padroni assoluti della situazione anche se controllano un Paese ormai ridotto in macerie, hanno organizzato una delle tipiche manifestazioni oceaniche pro regime.

Nonostante i continui bombardamenti sulla capitale, fra la folla terrorizzata si sono fatti inquadrare dalle telecamere di stato il potente capo del Parlamento, Ali Larijani, considerato anche molto vicino alla nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, e ritengono molti la vera guida ombra del Paese, l’ultimo comandante della polizia iraniana, Ahmad-Reza Radan e il presidente Masoud Pezeshkian. Analoghe manifestazioni si sono svolte con una grande partecipazione in diverse città iraniane fra le quali, Isfahan, Qom, Shiraz e Kerman. A Teheran, fra la folla ha parlato solo Larijani: “Il popolo iraniano – ha scandito con sguardo gelido – è il popolo di una nazione coraggiosa, una nazione forte, una nazione determinata. Più aumenta la pressione, più forte diventerà la determinazione della nazione”. Come dire: “Bombardate pure, ma se mettete piede in Iran vi salteremo addosso.”

Parole che sono rimbalzate a Washington e Gerusalemme accentuando la determinazione di estirpare in un modo o nell’altro il regime degli ayatollah. Determinazione alternata, tuttavia, ai timori delle incognite per i mercati in subbuglio, l’impennata del petrolio e dei prezzi al consumo, le prospettive di invariabilità se non di aumento dei tassi della Fed. Incognite che fanno paventare il rischio un effetto domino e sollecitano la pianificazione di una urgente exit strategy dalla guerra all’Iran.

Non prima però, ritengono al Pentagono e al quartier generale dell’Idf, di assestare un colpo mortale e definitivo ai pasdaran e agli ayatollah. Scartata per il momento l’ipotesi dell’invasione, a causa dei rischi logistici determinati dalle distanze e dalle incognite ambientali, rimane l’opzione del blitz per impossessarsi o distruggere le riserve di uranio arricchito sopravvissute ai bombardamenti dell’estate scorsa dei siti nucleari dell’Iran a Isfahan, Natanz e Fordow. “L’intelligence israeliana ritiene che il regime iraniano non sia destinato a cadere presto perché, nonostante la costante pressione militare, pasdaran e servizi di sicurezza mantengono un forte controllo sulle strade e i manifestanti hanno paura” e temono anche i bombardamenti. Vista l’impasse si chiede il settimanale britannico “le forze speciali potrebbero davvero annientare il programma nucleare iraniano?”, scrive l’Economist.

Sì, rispondono gli esperti di strategie militari: “Non c’è dubbio che le forze armate di Stati Uniti e Israele siano probabilmente le uniche al mondo in grado di farlo. Ma o lo si fa in modo incredibilmente piccolo e infiltrandosi in modo molto occulto, oppure si agisce su larga scala”. Ovvero con un raid con almeno tre battaglioni di truppe speciali aviotrasportate ed un centinaio di esperti delle squadre Nuclear Disablement Team e Nbc, per fronteggiare i rischi nucleari, batteriologici e chimici. Forze essenziali per conquistare la vicina base aerea di Badr, a 10 km dai siti nucleari di Isfahan, assicurare il controllo del perimetro attorno all’area d’intervento, avvalendosi di una costante copertura aerea e satellitare.

Il Comando Congiunto americano per le Operazioni Speciali avrebbe già fatto esercitare vari squadroni della Delta Force e del Seal Team Six americani e delle squadre specializzate antinucleari a penetrare in rifugi sotterranei nei pressi di Las Vegas. Rafael Grossi, capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica delle Nazioni Unite, ha dichiarato a The Economist che l’uranio arricchito superstite si trovava “principalmente” a Isfahan, presumibilmente in tunnel con gli ingressi sigillati da terriccio. Una parte del micidiale uranio arricchito rimane anche a Natanz e Fordow, sepolto però in profondità.

Anche se gli obiettivi americani e israeliani fossero limitati a Isfahan, non meno rischiosa sarebbe poi la scelta di cosa fare dell’uranio altamente radioattivo eventualmente trovato. Vista l’estrema pericolosità del trasporto l’opzione principale sarebbe quella di farlo esplodere in loco, nei bunker sotterranei. Le forze speciali e il corpo dei genieri dell’Idf vantano in proposito di blitz in bunker sotterranei, un’esperienza di gran lunga più vasta rispetto alle forze americane in questo tipo di operazioni per la mole di interventi effettuati nel dedalo di tunnel sotterranei costruite da Hamas e Hezbollah. “Il loro utilizzo”, scrive ancora l’Economist, “consentirebbe eventualmente a Trump di affermare di non aver schierato truppe americane sul territorio”.

Il rischio esterno più grande è rappresentato dai dati e dalle informazioni sulle direttrici d’arrivo, la tempistica e i piani del blitz che Mosca e Pechino potrebbero inoltrare ai pasdaran. Un rischio non in grado, si ritiene, vanificare la capacità d’intervento delle forze Usa e israeliane. Un intervento che si prefigge di conseguire un obiettivo esistenziale, che è fra le principali cause della guerra.

Iran, l'opzione del raid sui siti nucleari. Variabili strategiche e rischi sistemici per Washington e Gerusalemme

Grandi rischi per Stati Uniti e Occidente se non si estirpa il regime degli ayatollah, scrive il Wall Street Journal. Per quanto distruttivi e devastanti i bombardamenti non bastano e invece è assolutamente essenziale non consentire in alcun modo la sopravvivenza del regime degli ayatollah. L’analisi di Gianfranco D’Anna

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