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I ministri degli Esteri del G7 (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti) e l’Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, hanno espresso grave preoccupazione per l’erosione della democrazia a Hong Kong dopo le elezioni “patriottiche” che hanno segnato una nuova stretta cinese sull’ex colonia britannica.

“Il pacchetto di modifiche al sistema elettorale introdotto all’inizio di quest’anno a Hong Kong, compresa la riduzione del numero di seggi eletti direttamente e l’istituzione di un nuovo processo di controllo per limitare severamente la scelta dei candidati sulla scheda elettorale, ha minato l’alto grado di autonomia secondo il principio ‘Un Paese, due sistemi’”, hanno spiegato in una nota. “Ribadiamo con forza il nostro appello alla Cina affinché agisca in conformità con la Dichiarazione congiunta sino-britannica e gli altri suoi obblighi legali e rispetti i diritti e le libertà fondamentali a Hong Kong, come previsto dalla Legge fondamentale”, si legge ancora. “Chiediamo inoltre alla Cina e alle autorità di Hong Kong di ripristinare la fiducia nelle istituzioni politiche di Hong Kong e porre fine all’oppressione ingiustificata di coloro che promuovono i valori democratici e la difesa dei diritti e delle libertà”, conclude il comunicato.

Un comunicato di condanna è stato diffuso anche dai Five Eyes, cioè dall’alleanza di intelligence che riunisce Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti. Questi ultimi hanno inviato anche un altro segnale di avvertimento a Pechino (ma non solo a Pechino): decidendo di aggiungere cinque funzionari cinesi a 34 già sotto sanzioni per aver contribuito a minare la democrazia di Hong Kong. Avvertite anche le istituzioni finanziarie straniere: chi fa affari con loro sarà soggetto a sanzioni.

Così G7 e Ue reagiscono alle elezioni farsa di Hong Kong

Il voto “patriottico” allarma l’Occidente che invita la Cina ad agire in conformità con la Dichiarazione sino-britannica e a rispettare i diritti. Intanto, Washington mette sotto sanzioni altri cinque funzionari di Pechino e avvisa chi fa affari con loro

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