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Il terremoto politico del 12 aprile 2026 in Ungheria non ha solo posto fine a sedici anni di dominio ininterrotto di Viktor Orbán, ma ha cristallizzato una frattura profonda che attraversa l’intero continente. La vittoria schiacciante di Péter Magyar e del suo partito Tisza, che ha conquistato una “super-maggioranza” di 138 seggi su 199, segna il trionfo di una visione conservatrice profondamente diversa da quella che ha trasformato Budapest in un “laboratorio dell’illiberalismo”.

Le elezioni del 2026 sono state descritte come un vero e proprio referendum sulla collocazione internazionale del Paese: continuare la deriva autoritaria verso la Russia o cambiare rotta verso la democrazia liberale e l’Unione europea. Viktor Orbán ha incarnato per anni una destra filo-orientale, costruendo uno “stato illiberale” basato sul nazionalismo cristiano e su legami sempre più stretti con Mosca e Pechino, arrivando a essere definito la “testa di ponte russa” nei palazzi dell’Ue. Al contrario, Péter Magyar ha espresso una destra filo-occidentale, promettendo di riportare l’Ungheria nel “mainstream” politico europeo e di restaurare i valori dello Stato di diritto. Se Orbán è stato sostenuto da figure come Donald Trump e Marine Le Pen, Magyar ha ricevuto l’appoggio di leader come Donald Tusk e il sostegno del Partito popolare europeo (Ppe).

La campagna elettorale ha evidenziato la gravità della linea “trumpiana” applicata al contesto europeo. L’endorsement di Trump e la visita del suo vice JD Vance a Budapest hanno sottolineato un’ideologia oltranzista che ha spesso strumentalizzato il concetto di “pace” per giustificare l’allineamento con interessi russi. In questo contesto, Magyar — proveniente da una famiglia di estrazione tradizionalista e filocattolica di centro-destra — rappresenta l’alternativa di un conservatorismo ragionevole e moderato. Contro la retorica bellicista mascherata da neutralità di Orbán, che accusava l’opposizione di voler trascinare il Paese in guerra, Magyar ha proposto un patriottismo europeo che non rinuncia alla difesa dei valori democratici e alla solidarietà occidentale.

Esiste una chiara corrispondenza tra la proposta politica di Magyar e la linea del centrodestra italiano al governo. Sebbene Meloni abbia mantenuto un rapporto di amicizia con Orbán, le congratulazioni inviate a Magyar e la sua posizione sulla politica estera — in particolare il fermo sostegno all’Ucraina e la fermezza contro le minacce dell’Iran — trovano in Tisza un interlocutore naturale. Magyar ha ribadito che l’Ungheria sotto la sua guida sarà un alleato forte della Nato e dell’Ue, superando l’ambiguità orbaniana che spesso bloccava gli aiuti a Kyiv. Questa convergenza rafforza un asse conservatore atlantista che distingue nettamente la destra di governo responsabile da quella puramente sovranista e populista.

La caduta del “sistema Orbán” apre la strada a un cammino europeo più coeso. Senza i veti sistematici di Budapest su questioni cruciali come la difesa comune e il sostegno finanziario all’Ucraina (precedentemente bloccato da Orbán con un veto su 90 miliardi di euro), la posizione della destra popolare in Europa può finalmente rafforzarsi. Si profila la possibilità di un atlantismo moderato e di una difesa comune europea che possa agire da contrappeso sia alle derive illiberali, sia a una sinistra velleitaria e inconcludente che, come dimostrato in queste elezioni, è praticamente scomparsa dal panorama parlamentare ungherese. Con l’Ungheria di nuovo nel cuore dell’Europa, l’Unione si scopre più forte e pronta a difendere i propri confini e i propri valori.

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