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Non è dal 2021 che i microchip sono un fattore strategico e non è dal 2021 che le terre rare, necessarie alla produzione degli stessi, sono un tema caldo. Tuttavia, la crisi pandemica ha dapprima rallentato la domanda di microchip da parte di settori quali quello automobilistico salvo poi provocare un’impennata nella stessa, contribuendo così alla loro difficile reperibilità. Nel caso delle terre rare, è proprio la rarità di tali risorse estrattive a renderle altamente strategiche per i paesi possessori, tra cui Cina e Stati Uniti, ma anche Repubblica Democratica del Congo, Myanmar e Danimarca.

In Congo, ad esempio, è accesa da anni la questione sullo sfruttamento minorile (e non solo) per la raccolta del coltan (columbite-tantalite), che pur non qualificandosi come ‘terra rara’ svolge lo stesso ruolo. In Danimarca – più precisamente in Groenlandia – le riserve di terre rare si trovano in zone abitate dalla comunità Inuit, zone importanti per le attività di pesca della stessa comunità, che teme i danni da inquinamento in caso di estrazione di terre rare.

In breve, non solo rapporti di potere geopolitici, ma anche questioni umanitarie e ambientali accompagnano il tema delle terre rare. Anche se il semiconduttore più utilizzato nella produzione di microchip è il silicio, di cui ad oggi non risulta esserci scarsità, le terre rare si apprestano a svolgere un ruolo sempre più centrale nello sviluppo di industrie strategiche da cui dipendono (tra gli altri) le reti mobili e i dispositivi cellulari ma anche l’Internet degli oggetti (IoT), comprese smart cars e smart houses. Tecnologie, queste, che necessitano di microchip (e quindi di metalli semiconduttori) per il loro funzionamento.

Gli intrecci della catena produttiva

A complicare ulteriormente la questione c’è anche l’internazionalizzazione e l’interdipendenza della catena produttiva, che travalica spesso le linee geopolitiche. La più grande azienda produttrice di microchip, la taiwanese Tsmc, utilizza macchinari statunitensi, una dipendenza che ha permesso all’allora amministrazione Trump di forzare l’azienda a interrompere le collaborazioni con le aziende cinesi. Tuttavia, il mercato cinese aveva raggiunto una fetta estremamente importante nel fatturato di Tsmc.

In questo contesto, potenze asiatiche di medie dimensioni allineate a Occidente quali la Corea del Sud e il Giappone si trovano a interagire con la Cina. Se la Cina è il principale possessore di terre rare, aziende come la coreana Samsung giocano un ruolo importantissimo per il grande quantitativo di microchip prodotti.

E l’Italia?

Come illustra il rapporto di Geopolitica.info, “il ruolo dell’Italia non è ancora ben definito. Nell’ambito del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza), vengono destinati 40,32 miliardi di euro alla sezione ‘digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo’, di cui 750 milioni sono appositamente destinati a ‘progetti industriali ad alto contenuto tecnologico’, categoria nella quale si inseriscono i semiconduttori. Si profila quindi la necessità di integrare gli obiettivi nazionali con la più ampia visione formulata dalla Commissione europea”.

Sicuramente, la scelta del governo Draghi di utilizzare il golden power per impedire l’acquisto del 70% di LPE, azienda italiana produttrice di semiconduttori, da parte di un’azienda cinese si inserisce in questa prospettiva. 

 

Di questi temi trattano Riccardo Nanni, Mattia Patriarca, Raffaele Ventura, Alessandro Vesprini e Alessia Sposini in “Geopolitica dei Microchip. Tra Tecnologie, Terre Rare e Supply Chain”, un rapporto pubblicato dal Centro Studi Geopolitica.info. Nel documento si offre una panoramica di come e perché i microchip siano diventati una questione politicamente calda negli scenari internazionali e di come si posizioni l’Italia in questo contesto.

 

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Di Geopolitica.info

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