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Lo diceva Ennio Flaiano, che gli italiani amano andare in soccorso dei vincitori. Non mi stupiscono quindi i peana che abbiamo ascoltato alla notizia della nomina di Alessandra Galloni, primo direttore italiano (e donna) dell’agenzia internazionale Reuters. Ho avuto il piacere di conoscerla, qualche anno fa, durante alcune sessioni dell’Aspen Institute. Per capirne la preparazione basta il curriculum (laurea ad Harvard, master alla London School of Economics, 4 lingue fluenti, 13 anni al Wall Street Journal); il tratto umano e la simpatia si apprezzano solo di persona.

E la simpatia non contraddice lo spirito competitivo. In Italia prevale spesso l’obiettivo della bonomia – più apparente che reale – al posto dell’affermazione di sé. Come se prevalere fosse una colpa. Meglio affidarne la sorte al caso o alle raccomandazioni, invece che alla solidità della competenza.

Roger Abravanel, per tanti anni capo della McKinsey in Italia, consulente d’azienda apprezzatissimo non solo alle nostre latitudini, rammentava – presentando il suo ultimo libro (“Aristocrazia 2.0”) – che nelle “società meritocratiche la meritocrazia è competizione. Questo nel nostro Paese non è capito”.

Il caso di Alessandra Galloni mi sembra emblematico di una superficialità che non fa bene: è italiana, è donna, ma ha “vinto” perché è brava, perché è preparata, perché ha lavorato sodo per arrivare al vertice. E ce l’ha fatta. Può essere indicata come “campione” della meritocrazia, se la parola e il concetto non provocassero ancora orticarie a molti egualitaristi d’accatto.

Utilizzo ancora la sapienza di Abravanel (preziosissimo il suo sito Meritocrazia.com) per ricordare che Sir Michael Young, il laburista inglese che nel 1954 creò il termine “meritocrazia”, ha inventato l’“equazione del merito”: I+E=M, dove “I” è l’intelligenza (cognitiva ed emotiva, non solo l’IQ) ed “E” significa “effort”, ovvero gli sforzi dei migliori. La “I” porta a selezionare i migliori molto presto, azzerando i privilegi della nascita e valorizzandoli attraverso il sistema educativo: è l’essenza delle “pari opportunità”. La “E” è sinonimo del libero mercato e della concorrenza che, sino a prova contraria, sono il metodo più efficace per creare gli incentivi economici per i migliori.

L’obiettivo dell’inclusione non può sacrificare il merito. E la battaglia contro ogni diversità non può farci accontentare della mediocrità (che è “aurea” solo come via per evitare i vizi, gli eccessi irrazionali).

Nell’era post-industriale e soprattutto nell’economia della conoscenza il capitale umano, il talento, il sapere diventano fattori chiave. Siamo immersi nella quarta rivoluzione industriale, siamo stati travolti dall’acceleratore al cambiamento più potente (e più sgradito) – la pandemia – e ancora facciamo fatica a convertirci all’evidenza del merito, come necessità per crescere, per ripartire e per essere “anti-fragili” ancor più che resilienti.

Da noi purtroppo la meritocrazia non è mai nata e l’aristocrazia è ancora quella vecchia che tramanda potere e ricchezze di padre in figlio e non quella che – come nelle società anglosassoni – fa sì che il privilegio che i figli hanno è l’aiuto per l’accesso alla migliore istruzione superiore. Da noi i figli degli imprenditori si laureano (quando si laureano) in università spesso mediocri, ed entrano subito a fare gli eredi in azienda. Il sistema non solo è ingiusto, ma non crea il talento al vertice delle imprese che è necessario per farle diventare grandi approfittando dell’economia della conoscenza.

Abravanel si spiega le origini di questa cultura anti-meritocratica (che poi somiglia a quella che coltiva l’invidia sociale e che si manifesta in un cieco attacco alle caste, confondendole spesso con le Istituzioni). “Il ritardo è causato dalla forza abnorme della famiglia italiana, che genera quel “familismo amorale” italiano studiato dai sociologi di tutto il mondo e giustificato dalla debolezza dello Stato che non è riuscito a creare fiducia nei cittadini. Gli italiani non hanno fiducia nella giustizia, nella scuola, nella sanità pubblica, e si rifugiano nella “famiglia” in senso allargato”.

Ora che anche la famiglia – tradizionale o allargata – è in crisi abbiamo più che mai bisogno di vedere nelle vicende delle tante (più di quelle che pensiamo) Alessandra Galloni quello che ci può spingere a fare meglio. Tutti, un po’ di più.

Aristocrazia, simpatia e una falsa idea di meritocrazia

In Italia prevale spesso l’obiettivo della bonomia – più apparente che reale – al posto dell’affermazione di sé. Come se prevalere fosse una colpa. Meglio affidarne la sorte al caso o alle raccomandazioni, invece che alla solidità della competenza. Scrive Antonio Mastrapasqua

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