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Non passa giorno che la Cdu della cancelliera Angela Merkel non si ritrovi a discutere del rapporto con la Russia o di quello con la Cina. Tanti i dossier in ballo. A partire dal Nord Stream 2, il gasdotto che dovrebbe collegare Russia e Germania ma che fa litigare Berlino e Washington, quest’ultima in pressing sfruttando il caso che riguarda Alexey Navalny, uno dei leader dell’opposizione a Vladimir Putin.

In cima all’agenda delle priorità di Germania e Cina, invece, c’è l’accordo sugli investimenti tra Unione europea e Cina, che ha avuto nella cancelliera il principale sponsor. Ma c’è anche il ruolo in Germania di Huawei: nel governo di coalizione con l’Spd si fatica a trovare la sintesi e giungere a una decisione netta sullo spazio che potrà essere concesso nell’infrastruttura al colosso cinese del 5G accusato dagli Stati Uniti di spionaggio. Anche dentro la Cdu si litiga: c’è chi, come il presidente della commissione Esteri del Bundestag Norbert Röttgen, non ha dubbi sulla necessità di escludere le aziende cinesi dal 5G; e chi, come la Cdu nel Baden-Württemberg, ha addirittura accettato Huawei come sponsor della sua recente conferenza.

Chi, invece, non ha dubbi né sul 5G cinese né sul Nord Stream 2 sono i Verdi, il secondo partito del Paese che si candida a essere, dopo le elezioni di settembre, l’alleato di governo della Cdu (che da qualche giorno ha un nuovo leader, il merkeliano di ferro Armin Laschet, che ha preso le redini del partito dopo le difficoltà di Annegret Kramp-Karrenbauer).

A dividere i Verdi, però, c’è la Nato. In particolare un documento dal titolo eloquente, “More Ambition, Please!”: gli autori invitano Berlino a sfruttare il momento positivo dell’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca per rinnovare l’impegno nella difesa nucleare dell’Alleanza atlantica.

Tra i firmatari — assieme a James D. Bindenagel, ambasciatore statunitense che ha trascorso gran parte della sua carriera in Germania, e Boris Ruge, diplomatico tedesco attualmente numero due della Conferenza sulla sicurezza di Monaco — c’è anche Ellen Ueberschär, che dirige la Heinrich Böll Stiftung, il think tank dei Verdi. E la sua adesione ha fatto arrabbiare diversi membri nel partito, tra cui la numero due del gruppo parlamentare Agnieszka Brugger.

I Verdi rischiano la frattura: da una parte l’anima di sinistra, quella pacifista che chiede che il governo firmi il Trattato della Nazioni Unite che proibisce le atomiche entrato in vigore la scorsa settimana; dall’altra, coloro che ritengono la presenza — nucleare e non — Nato in Germania un male necessario, uno strumento di deterrenza anti Russia.

“La questione militare è particolarmente esplosiva perché l’opposizione a tutto ciò che è nucleare è al centro dell’identità del partito”, nota Politico Europe sottolineando però anche che i Verdi non sono nuovi a rotture con l’ortodossia. Il caso più clamoroso è datato 1999, quando sostenne l’intervento militare della Nato in Kosovo. Ma ora, se i Verdi vogliono formare un governo con la Cdu dopo le elezioni di settembre, “potrebbero non avere altra scelta che ridisegnare ancora una volta le loro linee rosse”, conclude il giornale.

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