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È tutta politica: un referendum come gli altri. Più che una consultazione sui quesiti, si è trasformato in un test politico a tutti gli effetti, capace di misurare rapporti di forza, capacità di mobilitazione e soprattutto la tenuta degli schieramenti sui territori. Con indici interessanti al Sud, che ha voltato le spalle all’esecutivo. Il risultato finale, con la vittoria del No, restituisce l’immagine di un Paese diviso ma, in alcune zone geografiche, coerente nei suoi comportamenti elettorali. Inevitabile, in questo quadro aprire una riflessione sulle prossime politiche. Formiche.net ne ha parlato con Alessio Vernetti, sondaggista di YouTrend.

Partiamo dalla geografia del voto: cosa ci dice questo risultato?

Il Sì vince di fatto in Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, e potrebbe affermarsi anche in qualche regione del Centro. Ma il dato più rilevante è che queste sono regioni storicamente guidate dal centrodestra. Questo conferma che c’è stata una mobilitazione molto politica: non si è votato sul merito dei quesiti, ma a favore o contro il governo Meloni. E non è qualcosa che sorprende.

Il Sud invece sembra andare in direzione opposta. Come leggere questi numeri?

Al Sud il No stravince. È un dato molto significativo in vista delle prossime elezioni politiche. Se si votasse oggi con l’attuale legge elettorale, il campo largo vincerebbe gran parte dei collegi uninominali del Centro-Sud, che nel 2022 aveva perso perché si presentava diviso.

Questo spiega anche il dibattito sulla legge elettorale?

Esattamente. Il governo ha interesse a cambiarla perché con il sistema attuale rischierebbe di perdere molti collegi nel Mezzogiorno e quindi la maggioranza. L’ipotesi su cui si ragiona è un proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione.

Parlare di elezioni anticipate è uno scenario realistico dal suo punto di vista?

Meloni ha ribadito di voler restare al governo e oggi il centrodestra ha una maggioranza solida in Parlamento. È difficile immaginare dimissioni. Tuttavia non si può escludere una convocazione a sorpresa delle elezioni prima della scadenza naturale, sfruttando l’effetto sorpresa per cogliere impreparati gli avversari.

Il campo largo esce rafforzato da questo voto?

La narrazione sarà questa. Ma più che un rafforzamento strutturale, c’è stata una maggiore capacità di mobilitazione. Storicamente quell’area è più efficace nel portare gli elettori alle urne, come si vede spesso anche nei ballottaggi. Da qui a dire che per il centrosinistra la strada per le Politiche e per Palazzo Chigi sia spianata, ce ne passa.

Dal punto di vista dei flussi elettorali cosa emerge?

Tra l’80 e il 90 per cento degli elettori del centrodestra ha votato Sì, mentre gli altri hanno votato – nella stessa percentuale – si sono espressi per il No. I flussi sono abbastanza regolari, con una quota intorno al 10 per cento di elettori da entrambe le parti che vota differentemente rispetto all’orientamento espresso dallo schieramento politico di appartenenza.

L’affluenza è stata alta: che segnale va colto?

È un dato importante. Ricorda molto il referendum del 2016, quando ci fu una mobilitazione altissima sia a favore sia contro il governo. Anche in questo caso siamo di fronte a una prova generale delle politiche.

Cosa bisogna osservare adesso?

Le intenzioni di voto nelle prossime settimane. Sarà lì che capiremo se questo risultato avrà effetti duraturi o se resterà confinato alla dinamica referendaria. Da tre anni a questa parte, le intenzioni di voto restano tutto sommato invariate. Ora, bisognerà capire quanto il risultato referendario impatterà sul gradimento dei partiti.

Il campo largo mobilità di più, ma è presto per dire Palazzo Chigi. Parla Vernetti (YouTrend)

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