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Il dialogo libico promosso dall’Onu è impantanato nella scelta del meccanismo con cui scegliere il futuro Consiglio presidenziale e le cariche governative. Il rischio è che questo stallo si allunghi anche ai contatti 5+5 di Ginevra, come minacciato dal ministro della Difesa del governo onusiano Gna, il filo-turco Salah al Narmoush, che ha dichiarato che è impossibile trattare con “il crinale di guerra” Khalifa Haftar – il capo dei ribelli della Cirenaica che fino a pochi mesi fa ancora cercava di conquistare Tripoli – criticando che il meccanismo di contatto tra delegati delle rispettive unità militari sia stato creato solo sotto pressioni della Comunità internazionale e delle Nazioni Unite.

È un momento delicato, nonostante per ora le armi siano ferme. D’altronde, la Turchia ha mandato in approvazione in Parlamento la mozione di prolungamento della presenza militare turca in Libia di altri 18 mesi, a conferma che di rinnovo in rinnovo la presenza di certe forze stranieri sul suolo libico è destinata a durare ben oltre la fase di intervento – val la pena ricordare che questa volontà di Ankara viola l’accordo 5+5 che prevedeva il ritiro di tutte le forze straniere e dei mercenari dal paese.

Tutto quello che vediamo è anche frutto di un fallimento, almeno per ora, dell’obiettivo di presa del paese che i Fratelli mussulmani libici si sono posti e su cui stanno fallendo. La Fratellanza della Tripolitania pensava anche che, con il tacito accordo della delegata Onu Stephanie Williams, dalla riunione internazionale che si è tenuta poche settimane fa a Tunisi uscisse fuori un accordo: l’attuale ministro degli Interni, Fathi Bashaga, sarebbe dovuto diventare primo ministro (accontentando i Fratelli) e Aguila Saleh (attuale presidente del parlamento HoR) andasse alla guida del Consiglio presidenziale.

Tra le varie opzioni presentate durante il dialogo Onu, la Fratellanza ha puntato su quella che prevede che ogni collegio (Est, Ovest, Sud) votino per scegliere i loro candidati e quelli più votati dalle tre regioni vengano poi messi al voto del Plenum, ossia di tutti i 75 delegati presenti ai tavoli di dialogo. Da lì scegliere le cariche di governo. Questa sarebbe l’opzione più favorevole per il loro uomo, Bashaga, ma nella votazione effettuata in una riunione del dialogo la scorsa settimana l’opzione più votata è stata un’altra. L’opzione più votata è stata quella che prevede di far votare i candidati direttamente dal Plenum e non dai collegi elettorali: questa opzione rende molto difficile la nomina di Bashaga perché troverebbe l’opposizione dei delegati della Est filo-haftariani e di parte del sud.

Tutto questo ha quindi provocato l’inizio dello stallo delle trattative e dei tentativi di boicottaggio del dialogo politico. Davanti al fallimento del loro piano, gli uomini dell’organizzazione panaraba hanno iniziato a intralciare i negoziati, mettendo a rischio anche il delicatissimo meccanismo di contatto 5+5 – che se dovesse venir meno potrebbe riaprire gli scontri in fronti tutt’ora caldissimi come Sirte e Jufra.

Saleh, dopo la firma dell’accordo tra il vicepremier Ahmed Maiteeg e Haftar per la ripresa del petrolio, é entrato in difficolta perché quell’intesa, così come quella militare 5+5, ha rimesso al centro della scena Haftar e offuscato la sua figura. Il presidente del parlamento libico ora rischia anche di essere sostituito in quanto circa 120 deputati si sono riuniti a Ghadames (membri sia della Cirenaica che “boicottatori” che si riuniscono a Tripoli) con l’obiettivo di riunire l’assise ed eleggere un nuovo presidente. Questo ha provocato la reazione “strizzita” di Saleh che ha convocato una riunione ufficiale del parlamento a Tobruk quasi in concomitanza con la riunione di Ghadames, ma la riunione dell’HoR ha visto la presenza di soli 10 deputati.

Parallelamente allo stallo del dialogo si registrano fibrillazioni e scontri di potere a Tripoli tra autorità ed enti, in particolare tra il governatore della banca centrale Saddik El Kibir da una parte e dall’altra il premier Fayez al Serraj e Mustapha Sanallah, Chairman della petrolifera Noc. Lo scontro riguarda la gestione dei proventi del petrolio, che sono tornati su livelli alti di estrazione grazie all’accordo Maetig-Haftar di settembre. In mezzo a questo scontro si è innescato anche una diatriba tra El Kibir e Bashaga, dovuta al fatto che il governatore aveva bloccato delle operazioni di trasferimento di soldi al ministero degli Interni in quanto ritenute poco chiare da parte della Banca centrale. Bashaga ha inserito El Kibir nella lista delle persone a cui è vietato lasciare il paese come forma di rappresaglia, e questa mossa ha ovviamente generato reazioni molto forti contro il ministro, visto che questo tipo di azioni sono prerogativa solo delle autorità giudiziarie.

Insomma rispetto all’ottimismo registrato qualche settimana fa con il cessato il fuoco e l’idea di elezioni parlamentari e presidenziali (fissate già per il 21 dicembre) ora si registra invece un nuovo peggioramento della situazione, con il rischio di una ripresa di movimenti sul campo e l’acuirsi di scontri di potere tra autorità e fazioni a Tripoli e con il rischio di un nuovo blocco della produzione di petrolio.

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Lo stallo al dialogo politico promosso dall’Onu è legato al fallimento del piano per conquistare il potere della Fratellanza musulmana. Ora il rischio è ampio, dalla riapertura degli scontri a un nuovo blocco sul petrolio

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