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Tra discussioni sui dazi e negoziati sull’Ucraina, le ultime mosse sul tavolo internazionale mostrano come il conflitto abbia ricadute dirette sulla sicurezza europea e sull’architettura atlantica. Verso dove punta adesso la bussola euroatlantica? Formiche.net ne ha parlato con Ian Lesser, vicepresidente del German Marshall Fund, che analizza i segnali emersi dai vertici di Anchorage e Washington.

Come legge le ultime novità riguardo alle discussioni sui dazi, e in particolare la “promessa” dell’Europa di acquistare sistemi d’arma statunitensi?

Teniamo a mente che, in circostanze normali, questo sarebbe stato qualcosa che l’Europa avrebbe fatto in ogni caso, perché per quanto ci sia un tentativo di rafforzare la capacità industriale di difesa dell’Europa e di acquistare di più in Europa, inevitabilmente gran parte della nuova spesa sarebbe finita negli Stati Uniti, o quantomeno in joint venture con le imprese statunitensi. Quindi, in un certo senso, l’Europa si sta impegnando in qualcosa che probabilmente avrebbe fatto comunque. E ricordiamoci anche che l’Unione europea di per sé non ha alcuna competenza per assumere tale impegno, così come non ha alcuna vera competenza per assumere un impegno sugli acquisti di energia dagli Stati Uniti. Si tratta dunque di una sorta di impegno in buona fede. Quindi la questione è un po’ nebulosa dal punto di vista tecnico-giuridico. Ma non sul piano politico. Alla fine dei conti, probabilmente questo processo avrà luogo semplicemente perché l’Europa sta cercando di rafforzare la sua capacità militari, e gran parte di tale capacità, almeno nel breve termine, è disponibile solamente negli Stati Uniti.

Passiamo invece alle discussioni sul conflitto in Ucraina. Come interpreta le relazioni transatlantiche sotto questa prospettiva, alla luce dei risultati dei vertici di Anchorage e Washington?

Non li definirei propriamente “negoziati”, perché le parti in guerra non stanno dialogando e i tentativi degli Stati Uniti di mediare questo tipo di discussione non hanno ancora portato a nulla. Al massimo stiamo parlando di “potenziali negoziati”. Quello di cui si sta veramente discutendo al momento è se ci sia convergenza o divergenza in termini di prospettiva ucraina, europea e americana su ciò che accadrà in futuro. E penso che, a questo riguardo, gli eventi dell’ultima settimana abbiano mostrato una buona dose di convergenza, non completa, ma sostanziale. L’incontro in Alaska è stato di per sé più un successo per Vladimir Putin, perché ha prodotto ben poco, anzi nulla, e l’unica cosa che è realmente accaduta è stata quella di dare al presidente Putin un palcoscenico e un grado di legittimità di cui altrimenti non godrebbe per via del suo status di “pariah internazionale”, permettendogli di rivendicare una piccola vittoria. Situazione diversa invece a Washington.

Perché?

Perché qui c’è stato qualcosa di veramente importante. È stato davvero straordinario vedere lì riuniti tutti quei leader europei, un gruppo variegato che includeva esponenti che erano lì in virtù della loro importanza, come Macron e Merz, ma anche personalità vicine al presidente Usa come, Meloni, Rutte, Stubb. E il risultato è stato quello di garantire davvero un certo grado di sostegno all’Ucraina, e di evitare quello che avrebbe potuto facilmente diventare una sorta di svendita degli interessi ucraini.

Quindi possiamo considerare il vertice di Washington come un punto di svolta?

Oh, sì. Decisamente. Voglio dire, il fatto che ora ci siano discussioni concrete sulle garanzie di sicurezza da parte dell’Ucraina è un vero passo avanti. Il fatto che la Russia affermi di dover avere una sorta di diritto di controllo su quali siano queste garanzie di sicurezza, una sorta di voce in capitolo, è ovviamente assurdo, perché le garanzie vengono messe in atto proprio per proteggere l’Ucraina da una recrudescenza dell’aggressione russa. Quindi l’altra cosa che ritengo piuttosto importante è che per i tre attori chiave in questa vicenda, l’Ucraina, i principali attori europei e gli Stati Uniti, ci sono tre diversi tipi di interessi in gioco, e far convergere questi interessi è fondamentale. Il nodo centrale è capire se la guerra in Ucraina sia solo una questione legata al destino dell’Ucraina o se rappresenti una sfida più ampia per la sicurezza europea. Credo ci sia stato un leggero spostamento da parte dell’amministrazione Trump verso l’idea che non si tratti solo dell’Ucraina, ma dell’Europa. E ancora, che non si trattai solo dell’Europa, ma della sicurezza transatlantica. Con tutte le implicazioni del caso. Certo, gli Usa continuano a mostrarsi fedeli all’approccio del burden sharing e del minor impegno diretto, ma allo stesso tempo sembra chiaro che Washington possa sì cercare un coinvolgimento più discreto in qualsiasi garanzia di sicurezza, ma non un ritiro da esse.

Secondo lei il dialogo riguardo alle garanzie di sicurezza tra gli Stati Uniti e i partner dovrebbe avvenire sotto l’egida della Nato o dovrebbe essere un dialogo tra Stati Uniti e Unione europea?

Beh, penso che ci saranno opinioni diverse al riguardo. La mia opinione è che debba avere una prospettiva atlantica, perché il tipo di forze di cui si discute, che sono essenzialmente un “sistema di allarme”, devono essere collegate a qualcosa di molto più sostanziale e capace. Che, alla fine dei conti, è l’ombrello nucleare americano. L’Ucraina potrebbe non essere membro della Nato e non beneficiare formalmente dell’articolo 5, ma la realtà è che la presenza di forze europee in Ucraina o impegnate nella sua difesa lega in modo tangibile la sicurezza del Paese all’architettura di sicurezza europea. E, in ultima istanza, questa architettura è garantita dal deterrente nucleare americano. Esiste quindi un continuum, che piaccia o no, e credo che le discussioni della scorsa settimana abbiano almeno aperto il dibattito su come questo possa configurarsi.

Da Washington si è aperta una nuova fase della sicurezza transatlantica. Dove potrebbe portare secondo Lesser (Gmf)

“È stato davvero straordinario vedere lì riuniti tutti quei leader europei, un gruppo variegato che includeva esponenti che erano lì in virtù della loro importanza, come Macron e Merz, ma anche personalità vicine al presidente Usa come, Meloni, Rutte, Stubb. E il risultato è stato quello di garantire davvero un certo grado di sostegno all’Ucraina, e di evitare quello che avrebbe potuto facilmente diventare una sorta di svendita degli interessi ucraini”. Intervista a Ian Lesser, vicepresidente del German Marshall Fund

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