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A poche ore dal vertice di Sharm el-Sheikh, convocato da Egitto e Stati Uniti per celebrare la tregua tra Israele e Hamas, si era diffusa la notizia che anche Benjamin Netanyahu avrebbe partecipato. Sarebbe stata la notizia della giornata, già resa eccezionale dopo il rilascio dei venti israeliani ancora in vita tra coloro che Hamas aveva rapito durante l’attentato del 7 ottobre 2023, l’attacco che ha avviato la stagione di guerra che proprio oggi – con la cerimonia simbolica di consacrazione dell’accordo mediato dagli Usa – sembra potersi avviare verso un percorso di pace.

Il nome di Netanyahu non compariva nella lista iniziale degli invitati, perché resta una figura divisiva nel mondo arabo. Pesano gli oltre sessantamila morti prodotti dalla reazione furiosa con cui Israele ha provato (invano) a distruggere Hamas. Poi l’invito a “Bibi” è arrivato all’ultimo momento, dopo una telefonata tra Donald Trump, in visita a Gerusalemme, e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. È stato lo stesso Trump a passare la cornetta al premier egiziano, chiedendo di estendere l’invito all’israeliano. Un gesto che riassume bene lo stile del presidente americano: spregiudicato, diretto, indifferente al protocollo. È la diplomazia transazionale che caratterizza l’attuale approccio di Washington, dove l’efficacia prevale sulle forme. Ma poche ore dopo, dopo che dal Cairo l’ufficio del capo di Stato egiziano aveva annunciato la partecipazione del leader israeliano, la notizia della sua partecipazione è stata smentita. Tel Aviv ha annunciato che Netanyahu non sarebbe partito per Sharm el-Sheikh, ufficialmente per rispettare l’inizio della festività di Simchat Torah. La ricorrenza ha un significato particolare: il 7 ottobre 2023, durante la stessa festività, Hamas lanciò quell’attacco che segna profondamente la storia dello Stato ebraico. Restare in Israele, spiegano dal suo entourage, rappresenta un modo per dare valore simbolico alla ricorrenza, legandola alla memoria di quella giornata.

La coincidenza, tuttavia, lascia spazio ai dubbi. Possibile che nel momento in cui è stato deciso l’invito nessuno avesse considerato il calendario religioso? O che la decisione last minute di includere Netanyahu, caldeggiata da Trump e accettata da Sisi, avesse irritato qualche capitale araba o musulmana, inducendo poi il premier israeliano a ritirarsi con una motivazione più accettabile? La spiegazione religiosa è credibile, ma non esaurisce il significato politico di una rinuncia che arriva proprio quando Washington prova a consolidare la fragile architettura della tregua. Su questo clima, si è aperto l’incontro di Sharm, con un Trump arrivato con diversi minuti di ritardo. Alla cerimonia partecipano, in qualità di co-presidenti, Stati Uniti ed Egitto. Intorno a loro, una composizione eterogenea di Paesi che riflette la portata internazionale del vertice: dal Medio Oriente, Bahrein, Egitto, Iraq, Giordania, Kuwait, Oman, Qatar, Turchia, Emirati Arabi Uniti e l’Autorità Nazionale Palestinese; dall’Europa, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Italia, Norvegia, Paesi Bassi, Spagna e Regno Unito; dall’Asia e dal resto del mondo, Armenia, Azerbaigian, India, Indonesia, Giappone, Pakistan e Canada. Una rappresentanza che delinea la volontà di rendere la tregua non solo un passaggio regionale, ma un accordo sostenuto da un ampio consenso internazionale.

D’altronde, a Gerusalemme, l’americano aveva passato diverso tempo tra vertici più riservato e incontri pubblici. Tra questi, ha ringraziato pubblicamente i Paesi arabi e musulmani per il loro contributo al cessate il fuoco e alla liberazione degli ostaggi. Dal podio della Knesset, ha parlato di una “nuova alba per il Medio Oriente”, presentando l’accordo come una vittoria collettiva e come il primo passo verso la ricostruzione di Gaza. Il discorso è stato accolto da una lunga ovazione dei deputati israeliani e interrotto solo da una breve protesta di un parlamentare di sinistra, rapidamente espulso dall’aula. Trump ha commentato la scena con un sorriso: “Molto efficienti”, le uniche parole.

Accanto a lui, Jared Kushner, Ivanka Trump e l’inviato speciale Steve Witkoff. La cornice era quella di un trionfo politico costruito sulla diplomazia transazionale (declinabile anche in “personale”) del presidente americano, che ha imposto la tregua con il linguaggio del deal, più che con quello della mediazione. Ma l’assenza di Netanyahu a Sharm el-Sheikh, annunciata all’ultimo momento, ricorda che la pace in Medio Oriente resta un equilibrio fragile, dove anche i gesti più simbolici possono cambiare significato nel giro di poche ore. La volontà di Hamas di aprirsi al disarmo è l’elemento cruciale: per Israele, è un’oggettiva condizione necessaria fondamentale e irrinunciabile. Per il gruppo terroristico palestinese, che ha subito una disarticolazione della leadership durante la guerra, ma è ancora in vita, è un passo enorme: Hamas conserva ancorai il controllo di due terzi dei tunnel attraverso cui gestisce clandestinamente la sua organizzazione e ha avuto rinforzi con nuovi proseliti (e avrà altre figure attive in passato tra le proprie linee dopo che Israele contraccambierà il rilascio degli ostaggi con quelli dei detenuti).

Il vertice storico di Sharm (senza Netanyahu) avvia il percorso di pace tra Israele e Hamas

Il presidente statunitense Donald Trump ha guidato, insieme all’egiziano Sisi, il vertice per formalizzare l’accordo tra Israele e Hamas. Dopo il rilascio degli ostaggi rapiti dai terroristi palestinesi il 7 ottobre, ora si parte con l’implementazione del percorso di pace. La prima difficoltà, il disarmo di Hamas

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